In questi giorni, grazie al “promemoria” lanciato sui social dall’amico Francesco Pagni, è capitato anche a me di rileggere lo sfogo di Ermanno Ferrari, pubblicato ormai esattamente un anno fa da gianlucadimarzio.com, sul fallimento del calcio italiano dopo la mancata qualificazione a Russia 2018. In quell’articolo, che poi altro non era che una lettera aperta a tutto il mondo del calcio di casa nostra, Ferrari rivolgeva la propria attenzione allo stato in cui versano i settori giovanili nel nostro paese, definendoli – così si leggeva anche nel titolo – “culle di piccoli presuntuosi, viziati e senza midollo“.

Ve lo voglio riproporre oggi, ad un anno di distanza, in modo da rileggerlo tutti insieme a mente fredda, lontani ormai dalla cocente delusione di una mancata qualificazione mondiale. In modo, insomma, da riascoltare quelle parole e analizzarle con la testa e il cervello, anziché con la pancia e la rabbia del post Italia-Svezia.

«Se ne accorgono tutti ora che il calcio italiano è in sofferenza – scriveva Ferrari un anno fa – No, amici miei, è morto da un pezzo in una sala della Fifa, ma non ve lo hanno detto. È stato ammazzato dal potere, dai soldi, dai genitori che pensano di avere Del Piero come figlio, da presunti allenatori che pensano solo a vincere, dalle nuove regole, dalle scarpe personalizzate, dai papà che pagano le società per far giocare il proprio figlio. I settori giovanili sono culle di piccoli presuntuosi, viziati, gasati, senza midollo. Figli del mondo moderno, delle famiglie allargate che non sanno nemmeno chi li debba andare a prendere alla fine dell’allenamento: se il papà 1 o quello bis, se la nonna numero tre che ha già portato il fratellastro alla festa dell’asilo o il nonno dell’altra sorella che è a fare danza. I settori giovanili servono ad in-se-gna-re. Chiaro il concetto? Come le scuole elementari. Pensate se due maestre di prima elementare si mettessero a fare gara su chi ha gli studenti più intelligenti o quelli che potrebbero vincere le olimpiadi della matematica: un disastro. Ecco, questo è quello che succede oggi. Non si insegnano più i fondamentali, che quelli della mia generazione imparavano giocando per strada col pallone rubato a chissà chi. I bambini non sanno stoppare, dribblare, saltare l’uomo, tirare in porta, posizionarsi bene col corpo per difendere. Non hanno coordinazione, grinta, voglia, amore. Giocano a calcio perché il papà aveva il sogno di diventare il nuovo Paolo Rossi e non perché ci credono davvero. Nei settori giovanili si insegna che si deve vincere, ad ogni costo. Si acquistano ragazzini fisicati ma dai piedi assai mediocri perché i loro coetanei sono ancora gracilini, novelli puledrini nati da poco, e con il fisico fai supremazia e vinci le partite. Gli allenatori non hanno preparazione, che deve essere mirata in relazione all’età del ragazzo: voi credete che un insegnante possa andare bene per qualunque classe? Una maestra può insegnare al liceo o al professionale o all’università? No no, cari miei. Nell’età fondamentale delle elementari (e dei settori giovanili) l’insegnante deve essere specifico in relazione all’età del bambino. Ho visto far fare preparazioni muscolari a bimbi di 8/9 anni che i muscoli li hanno solo sulle dita per spingere i tasti della Playstation. Ho sentito dire a certi allenatori di “tenere la linea del fuorigioco, di attaccare la porta, di fare le diagonali e gli schemi sui calci d’angolo a ragazzi del 2006. Duemilaesei, undici anni. Undici. A quell’età ti dovrebbero dare un pallone e dirti di fare quello che vuoi, di divertirti, di esprimere le tue doti naturali, quei doni eccelsi che avevano Totti, Pirlo, Lentini, Maradona, Maldini. La libertà di esprimere se stessi. Oggi, in un modo o nell’altro siamo tutti schiavi di un sistema, perciò non stupitevi se siamo usciti dalle qualificazioni. Ce lo siamo meritato, ma purtroppo non cambierà nulla. Siamo in Italia del resto…».

Per coloro i quali non conoscessero la persona che ha scritto queste parole, si tratta di Ermanno Ferrari. Sammarinese di nascita, già ex commissario tecnico della nazionale Under 21 della repubblica del Titano, oltre che conosciuto ed apprezzato osservatore prima dell’Inter e poi della Juventus, Ferrari ha spesso tuonato contro certe “mode distorte” imperanti nei settori giovanili di molte squadre professionistiche o anche dilettantistiche.

Le sue parole, scritte come detto un anno fa, ci hanno fatto riflettere: qualcosa è cambiato, nel calcio italiano? Oppure la lezione di quella sera del 13 novembre a San Siro non è servita proprio a niente? Lo chiedo ai tanti dirigenti, allenatori, preparatori atletici, genitori e calciatori (più o meno “navigati”) che ogni giorno, ogni settimana, seguono Dilettantissimo con passione e attenzione.

Diteci la vostra, senza peli sulla lingua e senza false ipocrisie: non vogliamo gettare la croce addosso a questa o a quella società dilettantistica ligure, vogliamo semmai conoscere la vostra esperienza, la vostra opinione e la vostra “ricetta” per far risorgere il calcio italiano.