I tifosi genoani si ricorderanno sicuramente di quel ragazzo di 27 anni che arrivò a Genova a gennaio del 1999, portando corsa e talento al servizio di mister Cagni. Se lo ricordano ancora meglio a Verona, dove Alessandro Manetti arrivò ragazzo, nel 93, e partì uomo, proprio alla volta della Lanterna. Quasi 500 presenze tra i professionisti, l’attuale allenatore dell’Arenzano si racconta ai nostri microfoni: il passato in rossoblu, l’amicizia con un mister “inaspettato” e un presente in biancorosso con tanti giovani interessanti.

Manetti, tu hai 500 presenze tra i professionisti, che effetto ti ha fatto essere paracadutato nel mondo dei dilettanti?

“Da giocatore ho concluso tra i dilettanti, facendo tre anni in Serie D. Quindi sapevo a cosa andavo incontro: non è stata una sorpresa, anche se all’inizio certe cose ti sembrano strane… Non sempre capisci perché certe mentalità non vengano comprese, per me il calcio è sempre stato un lavoro. Noti le differenze, ma ti adegui e cerchi di far combaciare tutto quanto.”

Hai vissuto anche un’esperienza come selezionatore di rappresentativa giovanile.

“L’esperienza con i ragazzi giovani l’ho maturata in quell’avventura e, prima, allenando gli allievi del Borgorosso. Aiuta. Rapportarsi con ragazzi di 13/14 e altri di 30 è diverso. Tutto fa esperienza, ma poi il calcio rimane sempre lo stesso: ci sono concetti basilari che bisogna far capire, in modi differenti a seconda dei giocatori che hai.”

Il campionato si è interrotto sul più bello, con 4 squadre – tra cui la tua – in lotta per i play-off.

“Guarda, credo che noi fossimo fuori dalla lotta playoff, perché obiettivo comune con la società era salvarci. Un obiettivo non semplice, vista la squadra rivoluzionata e un mercato partito tardi e con poche disponibilità economiche. Siamo la squadra più giovane di Promozione, i risultati sul campo andavano anche oltre le attese. Pensare al quarto posto era eccessivo, il confronto con la società è costante e parlando con loro la squadra stava andando oltre le più rosee aspettative. Faccio sempre l’esempio del contachilometri che va da 0 a 100: all’andata abbiamo tenuto a 100, siamo stati strepitosi, era logico aspettarsi un calo nel ritorno.”

Sei all’Arenzano da ormai due stagioni. Il fatto che siate la squadra più giovane del campionato fa ben sperare.

“Poco ma sicuro. Quest’anno è stato di un importanza vitale per i tanti giovani che hanno fatto esperienza sulla propria pelle. Spesso giochiamo con uno o due 2002 titolari, tantissimi 99, 2000 e 2001. A volte abbiamo solo 3/4 “vecchi” in campo. Abbiamo rovesciato la regola dei fuoriquota! Noi siamo una squadra giovane con pochi giocatori d’esperienza. Il prossimo anno l’Arenzano avrà degli ottimi giovani a disposizione per affrontare un campionato importante. Anche se, vista la situazione, non sappiamo nemmeno cosa succederà domani.”

Per un allenatore è strano dover gestire in una prima squadra tanti giovani e pochi vecchi. È più difficile? O forse è più semplice…

“Mah, ne l’uno né l’altro. Bisogna far combaciare le esigenze della società con quelle dell’alelenatore e trasferirle alla squadra. Di tanti discorsi fatti due cose contano: la crescita dei ragazzi giovani e il risultato domenicale. Per lavorare con i giovani ci vuole tanta pazienza e un po’ di sfrontatezza, non avere paura che sbaglino. Tracciare la strada e andare dritto, senza pretendere tutto subito da loro e dargli fiducia. Anche perché non avevamo alternative, devono crescere sui propri errori, e così è stato.”

Tanti allenatori che hanno giocato tra i dilettanti dicono che sia più difficile allenare che giocare. Lo chiedo anche a te che sei stato un giocatore professionista e hai giocato in piazze importanti.

“Confermo decisamente quanto detto dai colleghi. Anche se hai fatto il calciatore professionista, tu ti puoi isolare: quando sei preparato fisicamente, mentalmente e sai cosa devi fare in campo, sei a posto. L’allenatore deve preparare la squadra fisicamente, tatticamente, vedere la crescita dei ragazzi e scegliere tra questi. Poi c’è il lavoro psicologico, sollecitare i ragazzi, rincuorarli se partono dalla panchina, farli sentire importanti. I rapporti con la società, far capire loro certe situazioni di campo, evidenziare alcune carenze… E ancora, preparare e leggere la partita, cercare gli equilibri giusti. Un allenatore lavora praticamente 24 ore. Il giocatore, più che giocare e fare una vita professionale non può fare. Fare l’allenatore è molto difficile, a volte alcuni pensieri te li porti anche in casa. Ma ne vale la pena, sono cose belle.”

Tu sei stato allenato da grandi allenatori, penso a Mutti, Prandelli, Cagni… chi è la persona che ti ha lasciato di più, umanamente e calcisticamente?

“Ne ho avuti tantissimi bravi. Uno in particolare, che all’epoca era molto giovane e quando lo incontrai al Verona arrivava dal settore giovanile dell’Atalanta, è Cesare Prandelli. Una bella persona e un mister all’avanguardia, che insegnava un calcio diverso, razionale, i suoi giocatori sapevano sempre cosa fare. La sua carriera gliene ha dato atto, lui mi ha dato tanto. Ci siamo rincontrati a Genova l’anno scorso. Ricordo con piacere anche Cagni, i suoi concetti di gioco lineari, semplici: una persona schietta. Delio Rossi, che a Genova è stato poco ma ha fatto un percorso incredibile… Ho avuto molti allenatori da cui attingere, senza dimenticare però che un allenatore deve avere il suo percorso, avere in mente quello che desidera dalla propria squadra senza scimmiottare nessuno. Se no hai strada breve.”

E tra i compagni di squadra? C’era qualcuno che era già tagliato per fare l’allenatore?

“Sai, quando giochi non ci pensi tanto, però un mio compagno di camera di ritiro con cui parlavamo sempre di calcio è Colucci, che sta allenando in Serie C, è stato a Reggio, Pordenone, Pesaro. Lui era uno di quelli che, nello spogliatoio, alzava sempre la mano per parlare di tattica col mister. Studiava già! Posso invece, al contrario, dirti, chi non avrei mai detto che potesse fare l’allenatore. Pippo Inzaghi! Pippo era un egocentrico, comprava sempre il giornale quando faceva gol (ride). E, pur essendo un grande professionista, gli piaceva anche divertirsi. Ma è normale, avevamo 20 anni… Non mi dava però l’impressione di voler fare il mister. Eppure sta facendo una carriera incredibile!”

Ti porti dietro sicuramente un bagaglio di emozioni importanti, considerato il tuo passato. Ce ne vuoi raccontare qualcuna? Magari degli anni a Genova…

“Soddisfazioni tantissime. Nessuno mi ha mai regalato nulla, il poco che ho fatto (15 anni nei professionisti, ndr) me lo sono guadagnato con sudore e sacrifici. Non rimpiango nulla, ricordo tutto in maniera piena. Al Genoa arrivai in maniera particolare: era l’ultimo giorno di mercato di gennaio del 99. Giocavo titolare a Verona ed eravamo primi in classifica con 8/9 punti sulla seconda. Eravamo lanciati verso la Serie A. Ma avevo il contratto in scadenza a giugno e non trovavo l’accordo con il Verona.

L’ultimo giorno di mercato mi misero alle strette, io avevo abbastanza richieste e uscì fuori l’opportunità di venire a Genova con Cagni, che conoscevo bene. Firmò il mio procuratore, era venerdì sera. Sabato mattina feci la rifinitura con il Verona, il giorno dopo giocai 90 minuti con il Genoa a Marassi contro l’Atalanta (1-0, gol di Ruotolo). Finita la partita tornai a Verona per il trasloco. Fino a mezz’ora prima della chiusura del mercato, venerdì sera, pensavo di restare a Verona. A volte la vita ti cambia in pochi secondi.”

Quindi l’esperienza al Genoa…

“Passai da una società modello per la Serie B, il presidente era Pastorello, in una realtà gloriosa ma con tantissimi problemi. Il primo allenamento al Pio X entrai in spogliatoio e c’erano 35 giocatori, tantissimi stranieri (inusuale all’epoca). C’era molta confusione, riuscimmo a salvarci tutti gli anni ma erano anni problematici, non c’era una presidenza importante che aveva voglia di investire. Anni tribolati, ma posso dire di aver passato personalmente tre anni dignitosissimi, un anno rischiammo pure di salire in Serie A, con Delio Rossi prima e Bolchi poi. Era un Genoa completamente diverso rispetto a quello di adesso. Ogni tanto, a qualche tifoso genoano che si lamenta, ricordo quegli anni (ride).”

Dal Ferraris al Gambino, pochi chilometri di distanza separano gli habitat naturali di Alessandro Manetti, da sempre abituato, in calzoncini e maglietta, a sgusciare alle marcature avversarie, oggi stimolato da nuove avventure in panchina. In bocca al lupo, mister!

 

angelo sorbello

 

L’UOMO DEL GIORNO: la nuova rubrica di Dilettantissimo! Un’intervista al giorno ai volti noti del calcio dilettantistico ligure. Oggi è il turno di… Alessandro Manetti.

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