Ogni giocata è diversa dall’altra, questa è la vita per me. Mentre parlavo di calcio e attualità con mister Caverzan risuonavano nella mia testa le note del singolo di Enrico Ruggeri, “Il fantasista”. Per chi non lo conoscesse, Andrea Caverzan, mister dell’Ospedaletti, è stato un grande trequartista, con più di 150 presenze tra i professionisti. Un numero 10 vero, d’altri tempi, oggi capace di trasformare l’estro e la leggerezza delle sue giocate in parole e concetti a disposizione dei giocatori che allena. E che spera di tornare ad allenare presto, ad emergenza terminata. Proprio dall’attualità parte la nostra lunga chiacchierata.

Mister, difficile parlare di calcio giocato di questi tempi…

Sì, io credo che questa situazione abbia sorpreso chiunque. Da un mese all’altro sono un po’ cambiate le idee di tutti. L’idea comune, ora, è che il calcio venga dopo: bisogna seguire con responsabilità e alla lettera quello che ci dicono di fare. La priorità è questa.

Che margini ci sono per la ripresa del campionato e cosa sarebbe giusto fare nel caso si decidesse di fermare tutto?

Io credo che si allungheranno i tempi per la ripresa. Teniamo anche presente che dovremo riprendere l’attività prima di tornare a giocare, allenandoci almeno per 2 settimane prima di tornare in campo… So che non sarà una decisione facile, d’altra parte nessuno si aspettava una situazione del genere. Non ti so dire cosa sarebbe giusto fare nel caso il campionato non riprendesse, perché è veramente difficile.

Proviamo a parlare di campo. In questo momento l’Ospedaletti sarebbe nono in classifica. Come sta andando questa stagione?

Per l’Ospedaletti è la prima stagione in Eccellenza da tempo, pochi ragazzi hanno esperienza in questa categoria che quest’anno è anche molto più difficile degli altri anni. Eppure, tra alti e bassi, anche giocando sempre fuori casa per la frana che ha reso inagibile il nostro campo, siamo riusciti a emergere e a far giocare tanto i ragazzi giovani. Penso ai tanti 2003, 2002 e 2001… una stagione positiva, insomma. La classifica è buona, giusta e parla chiaro, ma non bisogna essere troppo tranquilli perché ci sono ancora tanti scontri scontri salvezza. 

Tu che hai giocato per 20 anni tra i professionisti, pensi che il calcio dilettantistico possa essere trampolino di lancio per i nostri giovani “fuoriquota”?

Non ne sono convinto. Parlerò fuori dal coro, ma questi obblighi di far giocare i ragazzi non li aiutano a diventare i professionisti. Quando non c’era questa regola, il ragazzo di 17 anni che giocava in prima squadra era più seguito e saltava all’occhio: giocava perché meritava di giocare.  E tra l’altro si trovava in un contesto molto più competitivo. Oggi tanti ragazzi giocano perché le società sono costrette a farli giocare. In questo senso sono fortunato perché tanti miei ragazzi possono fare questa categorie e forse anche la Serie D. Ma in generale non tutti possono arrivarci, quello che poi deve emergere e migliorare per fare il salto di categoria ha più difficolta perché questa regola, anziché avvantaggiarlo, lo penalizza.

In più, se io per tre anni lavoro con un 2003, nel momento in cui è maturo va fuori età. E devo prendere un 2005. Quel percorso che fa in quei 3 anni non lo riesci a finire. A 21 anni non puoi essere considerato vecchio. I ragazzi finiscono per perdersi. Questa regola non dà frutti, in D giocano 6 giovani su 11, ma quanti ne arrivano tra i professionisti…?

E invece cosa ne pensi dell’istituzione del premio per chi fa giocare più giovani durante l’anno?

Il premio è ben accetto. Ogni società sa che limite ha: se una società ha grandi ambizioni e vuole arrivare nei professionisti non va vincolata. Allo stesso modo, una squadra che punta sul settore giovanile e fa giocare tanti ragazzi va premiata. Ma deve esserci libertà! Il calcio è libertà, tutti possono giocare a calcio senza farne una questione di età o categoria. Con me, ad esempio, in Eccellenza giocano ragazzi che facevano la Seconda Categoria.

Cosa consiglieresti a un ragazzo di 15 anni che si approccia per la prima volta al calcio professionistico?

Prima cosa: lasciate stare i venditori di fumo: ci sono pseudoprocuratori che circolano intorno a ragazzi di 13 anni. Ragazzi, se siete bravi, le squadre vengono a cercarvi. Non c’è bisogno di spinte, provini in giro per l’Italia. Questi ragazzi hanno un obbligo solo: giocare, divertirsi, far emergere le proprie qualità. Soprattutto in questi ultimi anni in cui le grandi società ricercano il talento. Ragazzi – e genitori – non si perdano dietro a personaggi poco affidabili.

Quali sono le principali differenze tra il calcio professionistico, che hai vissuto da giocatore, e quello dilettantistico che stai vivendo da allenatore?

Erano tempi diversi, c’erano difficoltà diverse. Ma quello che mi ha aiutato è stato il fatto di essere cresciuto in un settore giovanile (Montebelluna) e in ambienti professionistici in cui organizzazione, comportamento ed educazione venivano prima del calcio: e queste sono cose che posso insegnare ai ragazzi, perché le ho vissute, e mi danno un piccolo vantaggio. Anche il modo di lavorare con i giovani: non bisogna correggerli sempre. Bisogna saperli aspettare, capirli. E alla fine loro mi hanno sempre ripagato, sentendo la mia fiducia. Lavorare con i ragazzi e i giovani mi piace perché quando a fine anni vedi che hai dato qualcosa ai ragazzi ti dà più soddisfazione che vincere i campionati. La mia gratificazione è quella di sapere di aver dato qualcosa ai ragazzi che gli rimane per sempre.

E invece, quando il giovane eri tu, ci fu qualche allenatore che ti cambiò la carriera?

Guarda, io avevo un ruolo particolare. Ero un fantasista. E come tale dovevo fare qualcosa di diverso. Tutti gli allenatori mi dicevano invece “gioca semplice”. Sentirti dire così non ti dà fiducia! Poi è arrivato un allenatore differente: durante una partita sbagliai un passaggio decisivo, e la volta dopo che presi la palla la giocai all’indietro. In tempo zero, quel mister fece scaldare un altro, facendomi capire che se non avessi continuato a fare la giocata in avanti, avrebbe fatto giocare un altro. L’allenatore si chiamava Ezio Glerean. Lui mi ha cambiato mentalità, mi ha dato libertà di esprimermi e mi ha fatto capire che quello che serve a un giocatore è la fiducia. Se io dico al mio giocatore , dopo un 1 vs 1 sbagliato, “gioca semplice”, la volta dopo mi fa il passaggio indietro. E invece no, ci deve riprovare! Glerean, inoltre, era una persona coerente, e la coerenza è la cosa più difficile da mantenere quando fai l’allenatore. È più facile raccontare tante favole ai propri giocatori…

Per chiudere, se dovessi pensare a un giocatore che hai allenato che ricorda il tuo modo di giocare, chi ti verrebbe in mente?

Sì, uno ce l’ho. Ma non l’ho allenato, l’ho visto. Quando allenavo a Ventimiglia c’era un ragazzo del 2003 che aveva un modo di muoversi, di calciare col sinistro e di accarezzare la palla che mi convinse a farlo allenare persino con la prima squadra (all’epoca aveva 15 anni). Si chiama Marco Sparma, ne sentiremo parlare. Già quest’anno ho visto che ha esordito in Promozione. Poi tra i grandi Salzone, che ha fatto benissimo con me e vagamente mi assomigliava per caratteristiche. Ma nessuno calciava le punizioni come le calciavo io…

angelo sorbello

 

L’UOMO DEL GIORNO: la nuova rubrica di Dilettantissimo! Un’intervista al giorno ai volti noti del calcio dilettantistico ligure. Oggi è il turno di… Andrea Caverzan.

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