In qualsiasi campo del Levante ligure facciate il nome di Andrea Dagnino, tutti si ricorderanno di una partita, una stagione o un episodio legato a lui. Il Principe, come lo battezzò Domenico Marchegiani quando ancora giocava nell’Entella (“Diceva che mi muovevo come Giannini…”), è stato testimone e protagonista della progressiva evoluzione del football levantino dagli anni ’80 fino ad oggi. Dagli inizi in biancoceleste a Chiavari fino all’epopea bianconera a Lavagna. Il mister si racconta partendo proprio dai primi calci:

“Nato e cresciuto nell’Entella, ho fatto tutte le giovanili a Chiavari, fino alla miracolosa salvezza del 1986, a Olbia, con mister Giorgio Canali. Avevo 16 anni, ero in panchina. L’estate dopo l’Entella fallì, e andai a Legnano in C2. Poi un anno in Serie D, a Verbania, con Adelmo Paris in panchina. All’epoca, però, c’era la leva militare: io la feci a La Spezia, perdendo il treno dei professionisti. Ho giocato tanto tra Serie D ed Eccellenza, ritagliandomi una carriera tra i dilettanti: Rapallo, Entella, Grassorutese e tanta Lavagnese. Mi sono anche tolto delle belle soddisfazioni da calciatore.

La tua carriera da mister inizia prestissimo.

“Ho iniziato ad allenare mentre giocavo. Avevo 25 anni, Gianni Comini mi convinse a fare il corso da allenatore per giovani calciatori. Diceva che avevo le caratteristiche per allenare i bambini. Effettivamente arrivai primo al corso e iniziai ad allenare i ragazzi, mentre ancora giocavo. A 34 anni mi ruppi il crociato e appesi gli scarpini al chiodo, ma grazie a questa gavetta di quasi 10 anni il Cicagna mi chiamò subito ad allenare in prima squadra.

In tre anni riuscimmo a salire in Eccellenza, e lì facemmo un campionato importante, un vero orgoglio per me e per tutta la vallata. A Lavagna ho fatto 7 anni togliendomi grandissime soddisfazioni, come quando siamo arrivati a giocare a Cosenza davanti a 5000 persone. Poi una salvezza insperata con il Sestri Levante: arrivai a dicembre che in molti ci davano per retrocessi. Alla fine ci siamo salvati e dopo qualche tempo sono arrivato alla Goliardica. Non nego che nel mezzo ci sono state le possibilità per andare in squadre importanti, da Sanremo e Savona, ma ho deciso di dare priorità al lavoro e alla famiglia rimanendo nelle mie zone.”

In mezzo anche una parentesi con il Rivasamba.

“Rivasamba non la considero neanche perché hanno una metodologia di lavoro e un’impostazione che non faceva proprio parte del mio Dna. Ho preferito fare un passo indietro, d’accordo con loro. Credo di essere soprattutto una persona onesta, e quando capisco di non poter fare quello che mi è stato chiesto mi sembra corretto non stare appeso alla poltrona. Non era il mio ambiente, era una squadra costruita per fare un tipo diverso di calcio. Ricordo che dissi al DS Nicolini: “Se riprendi Del Nero vinci il campionato”, e così è stato, il Rivasamba ha vinto i play-off e a fine stagione Nicolini mi ha chiamato, siamo rimasti molto legati. Al posto di Del Nero, io non sarei riuscito a vincere.”

Poi la Goliardica, una genovese…

“Sì, per la prima volta! Mi sono affacciato su Genova perché ho conosciuto delle persone straordinarie. Vuoi sapere come andò? Ero in Giamaica, quando mi ha chiamato il presidente Saracco: siamo stati un’ora al telefono. Mi ha convinto subito, non dal punto di vista professionale ma sotto l’aspetto della persona: una voglia e un entusiasmo mai visti. Appena sono tornato in Italia abbiamo chiuso, anche se, di fatto, questa tragedia ha interrotto tutto sul nascere…”

Ecco, a proposito, cosa pensi di questa situazione?

“Sono molto scettico sulla ripresa dei campionati. Ho sempre detto che il giorno in cui si dovesse riprendere bisognerebbe riprendere da dove si è lasciato, sarebbe l’unica dimostrazione di democrazia. Ma oggi è molto difficile, credo si fermerà tutto e si ripartirà a settembre: resta solo da decidere se annullare questa stagione o ripartire con la situazione di classifica attuale. Purtroppo siamo in un paese in cui, qualsiasi decisione si prenda, si finirà per avvocati.”

Parliamo della Goliardica, una società che ha grandi margini di miglioramento.

“Quest’anno ho lavorato in due direzioni: la prima, tirare fuori il massimo da quest’anno, la seconda cercare di costruire qualcosa di importante per il futuro. La Goliardica ha grande entusiasmo e una buona disponibilità economica. È stata vista come la classica squadra spendacciona che si rende antipatica: non è così. È chiaro che se rilevi una squadra retrocessa devi investire di più e allora passi come il “re del mercato”. In realtà stiamo progettando in maniera intelligente, c’è un settore giovanile importante, sono molto contento dei giovani. C’è un po’ il problema delle strutture, e ovviamente questo stop. I risultati di quest’anno sono lo specchio di un’età media troppo bassa, ci manca un po’ di personalità. Tolti pochi giocatori esperti come Bonadies e Ferrando, gli altri sono tutti molto giovani. Il mister che c’era prima, D’Asaro, ha lavorato benissimo con loro: ha delle qualità e spero trovi squadra presto.”

Hai citato D’Asaro, ma ci sono tanti mister bravi in giro. C’è qualcuno che prendi ad esempio?

“Io prendo ad esempio tutti. Da ogni allenatore si può prendere qualcosa. Io condivido molto, è già successo alla Goliardica che facessimo allenamenti insieme agli allenatori del settore giovanili. Mi piace dare quello che so e ricevere quello che sanno gli altri. Il livello degli allenatori liguri è altissimo e lo è sempre stato. Credo che la difficoltà di tutti sia sempre stato nei campi in terra, quando tutti giocavano in erba. Oggi, con le strutture adeguate, verranno fuori tutti: da Ruvo, anche se non è più giovanissimo, a Tabbiani, Amirante… Ognuno ha le proprie filosofie, io ho la mia particolare, ma ci sono tanti allenatori bravi, più bravi di me. Alcuni li sentiremo nominare anche tra i professionisti.”

Secondo te perché, rispetto ad altre zone della Regione, a Levante ci sono realtà così solide?

“Credo che sia una questione di logistica: nella Riviera di Levante ci sono pochi paesi, dove chi ha disponibilità economiche si appassiona in maniera viscerale al movimento calcistico locale. Queste persone mettono in piedi qualcosa di importante: ci sono 3/4 società che hanno sempre fatto bene, ma sono in mano a 3/4 persone che hanno investito tanto per far sì che la squadra della propria città facesse bene: Gozzi, Compagnoni, Risaliti… Ognuno di loro è profeta in patria. Poi comunque anche nelle grandi città come Genova non mancano realtà così: penso a Torrice del Ligorna”

E in un certo senso anche Saracco, no?

“Io non ho mai visto l’entusiasmo che ha Saracco: sono passato da tantissimi presidenti, ognuno è fatto a modo proprio. Risaliti è un grande uomo di campo, Compagnoni invece ti dà un’autonomia incredibile. Saracco è un fiume in piena. È giovane, ha bisogno di tempo e ha bisogno di trovare persone vicino a lui che lo sappiano consigliare nella maniera giusta. Io non sono un fenomeno, ma, forse, so costruire qualcosa che resta nel tempo, come a Cicagna o a Lavagna.”

In carriera hai mai incontrato giocatori di cui hai pensato “Ma queso non c’entra niente con la categoria”?

“Sì, tantissimi. E qualcuno fortunatamente ci è arrivato, come Currarino che è all’Entella in Serie B. Potenzialmente potrebbe fare anche la Serie A, ha qualità incredibili. E poi decine di giocatori in Liguria che avevano tutte le caratteristiche tecniche per fare i professionisti. Ma servono anche costanza, umiltà, e tante altre caratteristiche che io in primis magari non avevo. Ci sono tanti campioni, Capra, Bracco, Amirante, che si è tolto soddisfazioni ma che poteva anche fare la Serie A, Avellino, e tanti altri. Qualità incredibile. Secondo me, lo ripeto, questi ragazzi sono stati limitati dai nostri campi in ghiaia, dove prima che a controllare la palla dovevi assicurarti di non cadere. Se Bracco oggi giocasse su un campo in sintetico ci vorrebbe la pistola per prenderlo. La mia convinzione è che, con altri campi, tanti giocatori di serie A sarebbero liguri.”

Tanti di loro, oggi, sono mister in rampa di lancio.

“Ne sono felice, a tutti sta cominciando a piacere fare l’allenatore. Prima non c’era internet, dovevi andare a vedere gli allenamenti al freddo, era più complicato. Oggi la rete e i corsi sempre più frequenti fanno la differenza. E poi considera che i mister più vecchi (io mi considero vecchio) non sono più come quelli di una volta, che non ti spiegavano nulla. Oggi c’è dialogo e condivisione con i giocatori. Sono orgoglioso del fatto che molti miei ex giocatori facciano gli allenatori: significa che il mio modo di spiegare e consapevolizzare i giocatori li porti ad avere un buon bagaglio per iniziare ad allenare. Dall’altra parte, c’è poca gavetta: tante società prendono allenatori inesperti, anche in D e in C. E poi c’è Fossati a casa…”

Guardando indietro al passato, sei contento di ciò che hai fatto?

“Sono soddisfatto di tutto quello che ho fatto. È un mondo dove i discorsi si sprecano, posso solo dire di essere una persona onesta che non ha mai avuto problemi con nessuno. E a cui piace insegnare e allenare dal lunedì al sabato. A me la domenica non fa impazzire, anzi me ne starei a casa con le mie figlie! Se sono riuscito a lasciare qualcosa ai ragazzi che ho allenato, questo conta più di una vittoria sul campo.”

Buona Fortuna mister!

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