Francesco Caorsi è il nostro Uomo del giorno. Una chiaccherata davvero piacevole, perché dall’altra parte del telefono non c’era soltanto l’allenatore dell’Anpi Casassa, ma una persona ricca di interessi e che vive di passione. Passione per lo studio, che lo ha portato a conseguire una laurea presso la facoltà di Scienze della Formazione, e che forse gli ha procurato l’unico rimpianto che ha nel mondo del calcio, come leggerete. Passione per la storia, per la filosofia (nei suoi discorsi pre partita cita anche Socrate…) e per la politica. La passione per il mare, che probabilmente aveva proprio davanti agli occhi durante la nostra telefonata, trovandosi a Bergeggi a visitare i parenti (da oggi si può, ma con le dovute precauzioni: ricordiamolo). E, naturalmente, la passione per il calcio: una storia d’amore che inizia dal bancone della casa del nonno, a Voltri, che affacciava proprio sul campo…

 

Partiamo dalla tua carriera come giocatore

«Ho iniziato a giocare nella Voltrese, perché mio nonno abitava nel palazzo vicino al campo: ricordo che da ragazzo, da lì mi guardavo tutte le partite! Sono rimasto lì sino ai quattordici anni… poi ho proseguito nell’Arecco (che ora non esiste più) sino al mio esordio in Prima Categoria, all’età di sedici anni. Poi ho girovagato per la Liguria, ho fatto un bell’anno in Piemonte in Prima Categoria, e poi sono ritornato a Genova, nella Valbisagno, dove purtroppo mi sono rotto clavicola e ginocchio». 

In che ruolo giocavi?

«Nascevo come centrocampista, mezzala… poi, con il tempo, mi sono spostato sempre più avanti». 

Una volta smesso di giocare hai subito iniziato ad allenare? Era nei tuoi piani?

«Mi sono preso una bella pausa, poi ho iniziato ad allenare. Quando giocavo nemmeno mi passava per la testa la possibilità di allenare: mi sarebbe piaciuto giocare ancora per tanto tempo. E poi, se devo essere sincero, da giocatore ho praticamente sempre litigato con ogni allenatore che ho avuto, fatta esclusione per davvero pochi e rarissimi casi. Inizialmente non avevo considerato l’idea, neppure dopo il brutto infortunio… è venuta poi, con il tempo. Sicuramente su questa scelta ha inciso molto il non poter più partecipare attivamente in questo mondo, perché l’amore per il calcio per me è sempre stato fortissimo: ho incontrato Giovanni Leoncini, ai tempi coordinatore nel settore giovanile della Genovese, e chiaccherando è uscita fuori questa possibilità».


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Francesco Caorsi, allenatore dell’Anpi Casassa.



Inizia così il tuo percorso da allenatore.

«Ho iniziato ad allenare la leva ’97 (Giovanissimi) alla Genovese, dove ho fatto tutta la trafila sino agli Allievi. Poi, ho avuto un incontro importante: quello con Bobo Pilleddu, ai tempi allenatore della Figenpa. Abbiamo parlato e ci siamo piaciuti sin da subito, così gli ho fatto da secondo per una stagione. È stata un’esperienza importante per me, perché ho conosciuto una persona incredibile che nel mondo del calcio è una mosca bianca; ci siamo trovati bene e divertiti moltissimo, nonostante le nostre grandi diversità… è stata una stagione in cui ho imparato un sacco di cose, e poi avevamo una squadra davvero niente male (con Bonadies, i fratelli Gilardi, Trocino, giusto per farti qualche nome).

Poi, sono arrivato qui all’Anpi dove ho iniziato con la Juniores Regionale, con cui abbiamo giocato il campionato di Eccellenza (era la prima volta per la società): ci siamo salvati senza troppi problemi. Da quella squadra tra l’altro mi sono portato in prima alcuni ragazzi che sono con me ancora oggi: i vari Pittaluga, Vio, Maione, Lo Grasso… con l’Anpi dei “grandi” abbiamo vinto i play off di Seconda Categoria, l’anno scorso ci siamo salvati giocando un girone di ritorno strepitoso. E oggi, in questa stagione che ormai purtroppo si è interrotta, stavamo lottando in cima alla classifica».

Quanto è importante per un allenatore secondo te passare da una gavetta nelle giovanili?

«Secondo me è un percorso utilissimo ed estremamente formativo, che ti permette di sperimentare sul campo le tue idee. E poi allenare i giovani, dal punti di vista dei rapporti umani, ti da moltissimo: è un’esperienza che sicuramente rifarei. Più che un allenatore sei un istruttore, perché il tuo obiettivo è formare i giocatori, preoccupandoti principalmente del loro futuro. Poi l’approccio è completamente diverso: quello che conta è la loro crescita, non i risultati come accade invece per la prima squadra. Anche se sono convinto che si possa sempre continuare a lavorare per crescere: non esiste un limite d’età per migliorarsi, perché se si ha voglia e si è determinati si può crescere sempre. Bisogna solamente avere voglia di cambiare“.

C’è qualcuno a cui ti ispiri nel ruolo di allenatore?

«Sicuramente ti faccio nuovamente il nome di Bobo Pilleddu, per il suo modo incredibile di approcciare con la squadra e per l’ambiente che riesce a creare intorno a lui. E poi ti dico anche l’allenatore che ho avuto in Piemonte, Fulvio Pagliano: il suo trascorso parlava per lui, si allenava con un certo Michel Platini…»

 
C’è una stagione che porti nel cuore? Un rimpianto invece?

«Certamente il mio primo anno da allenatore, con i ’97 alla Genovese: con una squadra “di seconde linee”, riuscimmo ad arrivare primi. E poi, il primo amore non si scorda mai. Rimpianti da allenatore sicuramente non ne ho, ricordo tutte le stagioni con grande piacere sia dal punto di vista dei rapporti umani con i giocatori, sia da quello dei risultati, quasi sempre positivi e positivamente oltre le aspettative iniziali».

E da giocatore?

«Da giocatore un piccolo rimpianto forse ce l’ho. Quando ho esordito in prima squadra nell’Arecco a sedici anni, erano venuti a vedermi gli osservatori del Parma. Ma i miei genitori hanno pensato che continuare gli studi fosse la scelta più giusta per me: sai, all’epoca non avevo la testa per andare lontano e impegnarmi, e forse i miei genitori avevano ragione. Chi lo sa! Queste sono quelle famose sliding doors, non potrai mai sapere cosa sarebbe successo “se”. Oggi però, grazie a questa scelta, ho una laurea e quindi sono contento così. Il calcio per me è stato sempre amore e odio, e soprattutto da giocatore ha comportato alti e bassi: da allenatore forse sono diventato più costante in questo senso, probabilmente perché sono diventato una testa più tranquilla”.

E poi studiare è una delle tue passioni. Riesci in qualche modo a farle rientrare anche nel calcio?

«Oltre al calcio, ho tantissime passioni: amo il mare, la storia, mi interesso molto di politica (credo che il mio orientamento sia noto a tutti quelli che mi conoscono) e sì, mi piace molto studiare. Se si hanno le possibilità di proseguire gli studi, secondo me studiare è molto importante: poi, che concretamente possa servire nel mondo del lavoro, questo ancora non lo so. Io mi sono laureato in Scienze della Formazione: a volte applico un po’ del mio bagaglio culturale, ad esempio, per fare i discorsi pre partita: i miei ragazzi spesso mi prendono in giro per questo. Una volta prima di una partita, nello spogliatoio, nel mio discorso ho parlato loro di Socrate: non so se abbia avuto un buon effetto, forse dovresti chiederlo a loro!».


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Francesco Caorsi ospite a Dilettantissimo.

 

Parlando dei tuoi ragazzi… oltre agli schemi e al lato tecnico del calcio, qual’è la prima cosa che cerchi di trasmettere alla tua squadra?

«Siamo dilettanti: al di là del lato tecnico, quando entrano in campo si devono dimenticare di tutto. Il rettangolo verde è una medicina per tutto, quando scendi in campo devi provare gioia, di allenare e di giocare. In quel momento, non esiste altro: solo il pallone, i tuoi compagni, l’allenatore, le porte… e nient’altro».

Nella tua idea di gioco, qual’è la pedina fondamentale? Quali sono i giocatori invece più forti che hai allenato?

«Se potessi mettere in pratica la mia idea di gioco, ti dico sicuramente il centrocampista centrale (o come lo chiamano oggi, il Play). Sono molto fortunato, perché ho allenato giocatori molto bravi: a partire da Federico Anselmi, Gianluca Cilia e Simone Incandela, che infatti hanno un trascorso calcistico di alto livello; e poi anche Matteo Raiteri e Stefano Bernini: al di là delle loro capacità tecniche, sono persone molto forti e importanti all’interno di una squadra e di uno spogliatoio. Potrei farti altri nomi, ma mi fermo qui perché non vorrei fare torti a nessuno dimenticandomi qualcuno».

Hai nominato giocatori che alleni attualmente. Ormai sei da quattro anni all’Anpi Casassa (tra prima squadra e Juniores): parlaci un po’ dell’ambiente in cui lavori ormai da tempo.

«Rispetto a quando allenavo la Juniores in realtà l’ambiente è cambiato molto: è arrivata la famiglia Mangiapane e le cose sono cambiate. La società ha cercato di organizzarsi e, un passo dopo l’altro, sta cercando di crescere. Sicuramente c’è ancora tanto lavoro da fare, ma quello dell’Anpi è sicuramente un ambiente in crescita. E non posso non parlare del Settore Giovanile, che è naturalmente fondamentale: oggi c’è Vito Tesoro come coordinatore, e sta facendo un ottimo lavoro, ma più in generale questa società ha sempre tenuto molto ai ragazzi e avuto un occhio di riguardo per la scuola calcio. Parlando di numeri, da quando sono in prima squadra ho fatto esordir tantissimi giovani: a partire dai ’97 sino ad arrivare ai 2001 quest’anno».


E oltre al Settore Giovanile quest’anno anche la prima squadra stava dando molte soddisfazioni, lottando ai vertici della classifica.

«Su ventuno partite, siamo stati per quindici giornate primi in classifica (non sempre in solitaria): questo lo vorrei sottolineare perché è un grosso merito che voglio dare ai miei ragazzi e al campionato che stavano disputando. Il bilancio è oltremodo positivo, quest’estate nessuno pensava di stravincere il campionato… Peccato che però non siamo mai riusciti a prendere il largo quando abbiamo avuto l’occasione di farlo. Non ti so dire con esattezza quale sia il motivo, forse c’è mancato un pochino di cattiveria e determinazione in più. Comunque mancavano nove giornate, sarebbe stata una lotta sino alla fine”.

Cosa pensi di questa situazione, siamo tutti in attesa di notizie e verdetti…

«Non credo ci siano possibilità di ricominciare il campionato, bisogna ascoltare gli esperti e fare quello che dicono. Per quanto riguarda i nostri campionati, non so proprio come si possa risolvere tutta questa situazione: qualsiasi decisione infatti accontenterebbe qualcuno, ma nel frattempo scontenterebbe un altro. Davvero, non saprei dirti cosa sarebbe più giusto fare, è troppo difficile. Ti posso provare a fare una previsione: secondo me, annulleranno tutto. Al di là della decisione che verrà presa, giusta o sbagliata che sia, noi accetteremo tutto di buon grado, senza fare polemiche, che mi sembra il comportamento più saggio da avere in questo momento così difficile».

Qual’è il futuro di Francesco Caorsi?

«Io nel futuro mi vedo su un campo di calcio ad allenare. Spero ancora di avere questa fortuna in futuro».

 

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Francesco Caorsi, allenatore dell’Anpi Casassa, in “Uomo del Giorno”. Foto copertina.

 


Questo era Francesco Caorsi, allenatore dell’Anpi Casassa, in “Uomo del Giorno”, la rubrica di Dilettantissimo che da voce ai volti noti del nostro calcio ligure.

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