Matteo Bennati è uno dei tanti giocatori lanciati da un grande del calcio genovese, Beppe Maisano. A differenza di tanti suoi coetanei e colleghi calciatori, però, Matteo ha scelto un’altra strada: non è rimasto in Italia a calcare i campi di Eccellenza, ma è partito per l’America alla ricerca di un sogno. Sogno che, come scoprirete leggendo l’intervista, sta realizzando giorno dopo giorno. Buona lettura!

Matte, come stai vivendo questa quarantena?

Ho provato a cancellare i social! Li ho scaricati adesso dopo un mese senza, è andata abbastanza bene anche se comunque ho trovato lo stesso altre fonti di distrazione.

Avevi la possibilità di rientrare in Italia?

Sì, ma non mi andava. Devo finire le classi del semestre e non aveva senso per me andare a casa ora. Mi sono preso questo tempo per finire le classi, il calcio è sospeso ma con il coach ci vediamo ogni giorno su Zoom. Abbiamo anche un’app che monitora quanto corriamo ogni giorno. Quindi siamo controllatissimi. Qui in America ora entriamo nella fase estiva, avrei dovuto giocare un campionato in New Jersey come ho fatto gli ultimi due anni, ma penso salterà.

Cosa si dice in America di questa situazione?

È tutto complicato, tutto dipende dall’evoluzione del virus e da cosa deciderà il governo. Probabilmente giocheremo a porte chiuse e limiteremo le trasferte. Potrebbero anche invertire i due semestri, facendoci giocare nel secondo.

Bennati capitano a Belmont

Tu resti anche d’estate perché il campionato è breve e finisce prestissimo.

Sì, il campionato dura il semestre autunnale, da agosto a dicembre. Nel semestre primaverile ci alleniamo e facciamo tornei. In estate siamo fermi, quindi possiamo andare in prestito a giocare campionati con squadre di terza serie. Io ho scelto di fare un campionato in New Jersey, un’esperienza fantastica che ha fatto anche curriculum: sono partito da Nashville, dove ho vinto il “Freshman of the Year”, ora sono arrivato all’Ohio State University. Ohio è una delle università più ricche e famose di America a livello sportivo, fanno 200 milioni con il football americano. Non potendoli spendere tutti per il football ne beneficiamo anche noi degli altri sport. Entriamo con l’impronta digitale nello spogliatoio, abbiamo piscine, palestre. Essere un “Buckeye” è un orgoglio per ogni atleta americano. Ora ho ancora un anno a disposizione prima di laurearmi.

Matte, proviamo a spiegare bene, una volta per tutte, come funzionano i campionati universitari in America.

Purtroppo in Italia c’è tanta confusione nello spiegare come è strutturato il campionato americano: c’è una bella differenza tra NCAA e NAIA. Ma c’è anche molta differenza tra le tre divisioni dell’NCAA: praticamente tutti i Draft arrivano dalla Division One della NCAA, il livello più alto del calcio collegiale. La Division One ha 205 squadre divise in tanti gironi da circa 10 squadre. Le prime 40 del ranking, basato non solo sul campionato ma anche su altre partite, vanno alle finali insieme alle vincitrici di ogni campionato. Quindi la maggior parte delle squadre che vanno alle fasi finali appartengono ai gironi migliori: ad esempio, del mio campionato, il Big Ten, ogni anno vanno alle finali 3 o 4 squadre, non solo la vincitrice.

Il sogno americano motiva tutti i ragazzi che volano oltreoceano. Tu l’hai realizzato per davvero: giochi per Ohio State… meglio di così!

Ogni tanto ci penso. Sono consapevole di essere stato fortunato, ma anche bravo nel prefissarmi i miei obiettivi, raggiungerli e prefissarmene sempre di nuovi, perché il sogno americano non finisce mai. Ma non devi essere per forza a Ohio State per fare un’esperienza fantastica negli Stati Uniti. È un’esperienza che cambia tutti: tu parti dalla Liguria con una mentalità un po’ chiusa, tante differenze culturali e con il calcio come unico obiettivo. Poi capisci quanto valga qui la scuola, la laurea, la conoscenza di nuove culture. Ti si apre un altro mondo. È ovvio che il prestigio della mia università è molto alto e penso di aver raggiunto un risultato importante arrivando qua.

Bennati con i “Buckeyes” di Ohio

C’è anche chi sceglie di restare dopo la laurea. Tu sei tra quelli?

Io studio relazioni internazionali e diplomazia, che apre le porte a molti (e pochi) epiloghi. Mi piacerebbe lavorare per le organizzazioni internazionali o le Nazioni Unite, ma anche tornare e fare il politico o lavorare per l’Unione Europea. Se riuscissi a fare un master qui in America, trovando una borsa di studio grazie alla media scolastica, sarebbe il top. Ovvio che valuto tutte le situazioni che si creano, il calcio è ancora una possibilità, se l’anno prossimo facessi molto bene potrei anche essere draftato per l’MLS. Ma non penso al calcio al 100% e non ho nessun tipo di paura se non dovesse andare bene. Anche perché se tornassi in Italia avrei una laurea e sarei una persona cambiata.

In Italia un ragazzo che vuole provare a fare il calciatore lo fa senza certezze sul proprio futuro. In America, grazie alle borse di studio, puoi continuare a giocare fino alla laurea.

Esattamente. Qui sei calciatore per modo di dire: noi dobbiamo studiare tutti i giorni. La mia giornata tipo è classe, allenamento, classe, allenamento. E c’è una media minima – bassa -per allenarsi. Io per fortuna ho la media di 3.9 su 4, una bella soddisfazione.

Cavolo, ma stai facendo meglio a scuola o sul campo?? La domanda è lecita!

Eh, forse in classe perché 3.9 è una media molto alta, ma anche col calcio non sto facendo male, dai (ride). L’anno scorso speravo di far leggermente meglio perché ho fatto solo 3 gol, ma era il primo anno nel campionato più tosto della NCAA. Per me la stagione più importante è la prossima.

Tu ti sei calato molto bene nella cultura americana.

Hai preso un bel punto. Il primo anno, ogni volta che tornavo a casa, pensavo “Piuttosto che essere come un americano…” E invece, senza neanche accorgermene, tante cose le faccio e ragiono come un americano, a livello culturale. Qui sono molto più avanti in termini di rispetto delle diversità, delle minoranze, di gender equality… Ti trasformi trovando i punti di incontro tra le due culture e prendendo il meglio da entrambe.

Si vede! Quasi di calcio non ne abbiamo parlato finora…

È vero. È proprio questo il messaggio che voglio dare: c’è sicuramente il sogno sportivo, ma la vittoria più grande è quella di diventare consapevoli di una grande opportunità che va oltre alle prospettive calcistiche, e quindi studiare. Ma sai quanti giocatori di Harvard, Columbia e many others, se venissero draftati in MLS, non ci andrebbero? Per loro è più importante e soddisfacente a livello remunerativo una carriera lavorativa.

Bennati in New Jersey

Si può dire che in Italia il calcio professionistico resti una speranza per per tanti ragazzi con poche risorse di migliorare la propria condizione, mentre in America il sistema delle borse di studio funzioni molto bene?

È verissimo. Sono due sistemi talmente diversi che è difficile paragonarli. Quando in America vai a mangiare fuori, sui teleschermi vedi le partite di football collegiale. Girano tantissimi soldi! Questi permettono un affluire di borse di studio che consentono ai ragazzi di giocare laureandosi. Se sei uno sportivo, il sistema universitario americano è eccezionale. La forza degli sport in America deriva dal fatto che sono seguiti tutti: football, basket, baseball, soccer… In Italia è seguito solo il calcio, e quindi si crea un grosso divario economico tra il calcio e gli altri sport, e tra la Serie A e i dilettanti.

Esistono le serie minori? Le squadre di MLS hanno un settore giovanile?

Altra differenza. I più grandi former di sport non hanno le quarte e quinte serie. Hanno talmente tanti sport, che se si mettessero a creare leghe minori o settori giovanili non sarebbero seguiti. Un giocatore di Serie B americana prende abbastanza poco. Il campionato estivo di cui ti parlavo è la loro serie C, e le squadre pagano ai giocatori, al massimo, vitto e alloggio, prendendo in prestito tanti giocatori universitari in pausa dal college. Per i settori giovanili lasciano il compito ai college, che invece sono seguitissimi a livello di football americano e basket! Le partite di football collegiale hanno la stessa audience dell’NFL, è pazzesco (lo stadio di football dell’Ohio State ha una capienza di 100 mila spettatori, ndr). Il calcio è un po’meno seguito: ci sono partite anche con 10.000 spettatori, ma in media siamo sui 2000. Comunque ci sono televisioni, interviste, ecc. grazie ai soldi che arrivano dal football.

Parliamo del tuo passato genovese. La tua esperienza alla Genova Calcio l’hai vissuta con un allenatore che aveva un debole per te…

Beppe! (Maisano, ndr) Ogni tanto ci sentiamo ancora… Ho imparato ad apprezzarlo, come succede con tutte le persone care, quando non lo hai più. Da giocatore è un allenatore molto duro, se sei un giovane la prima reazione è quella di fare l’anarchico. Ma insieme a lui ho lavorato benissimo. Una persona eccezionale con cui sono felice di aver mantenuto i rapporti. Lo ringrazio per tutto.

Oggi sei un giocatore diverso da quello che è partito.

Sì. Questa risposta varia tantissimo in base alle persone: chi trova allenatori poco preparati e chi ne trova di preparatissimi. Io rientro in quest’ultima categoria: il mio mister, Brian Maisonneuve, ha fatto i mondiali nel 98 e le Olimpiadi nel 96, è l’allenatore più in gamba che abbia mai avuto, sotto tutti gli aspetti. Tattico, tecnico, fisico… mi ha insegnato tantissimo. È vero che in linea generale si punta più sul fisico e meno sul tattico, ma gli allenatori della massima serie collegiale sono tutti professionisti, pagati da professionisti. Sono cambiato tantissimo anche grazie agli allenamenti, qui ci alleniamo anche 2 volte al giorno, integrando con sessioni in palestra. Ci spacchiamo il c…! Ma abbiamo tutte le comodità e strutture possibili: il lunedì dopo la partita abbiamo 30 minuti di massaggi a testa, in settimana abbiamo fisioterapisti, piscine… Logicamente io ho avuto la fortuna di venire in un college del genere, ce ne sono altre comunque, non tante, 25/3o in tutta America.

Quali sono i giocatori più forti con cui hai giocato negli States?

In estate, in prestito con me c’erano ragazzi fortissimi, selezionati dai vari college. In New Jersey c’era Deri Corfe, un ragazzo venuto da Manchester (accademia del City) che era partito in NAIA (un campionato inferiore), ha fatto una marea di gol ed è finito, l’anno dopo, in NCAA division 1. Un altro pianeta. Quest’anno è stato draftato dai New York Red Bulls e gioca in MLS. Poi un portiere tedesco che ora gioca in Serie B, un centrocampista inglese… ce ne sono tanti!

L’impressione è che tu sia molto vicino al salto tra i professionisti… Non voglio tirartela!

Beh, ci sono tanti osservatori che vengono a vedere Ohio State. Le possibilità ci sono, ma te le devi guadagnare. E poi essere draftati non è un punto di arrivo! Funziona così: le squadre di MLS ti selezionano (ti “draftano”), ma solo i primi 10 o 20 draftati prendono un contratto professionistico. Gli altri vanno in ritiro pre-season con la squadra, ma poi spesso vieni mandato in prestito in Serie B, oppure direttamente in B senza farti firmare un contratto. Insomma, il draft ha una forza mediatica importantissima, ma poi c’è un altro step da fare. Se l’anno prossimo facessi una quindicina di gol, le chance di essere draftato sarebbero alte. Ma ovviamente è un campionato difficile è non è affatto scontato che li faccia. 

Quali sono le tue più grandi soddisfazioni calcistiche americane?

Senza dubbio il primo premio, che mi ha lanciato: il Freshman of The Year della mia Conference, a Belmont. Poi la fascia di capitano, sempre a Belmont, e d’estate la US Open giocata in New Jersey, vincendo contro una squadra di Serie B. Siamo andati molto avanti in quello che è l’equivalente della Coppa Italia. Il secondo anno è stato bello entrare nella “Second All Team Conference”. Poi il trasferimento all’Ohio, la più grande soddisfazione della mia vita in generale. Ma fu motivo d’orgoglio essere chiamato da tantissimi college quando uscì la notizia che avevo interrotto la borsa di studio a Belmont. I coach hanno visto che ero svincolato e mi hanno mandato mail invitandomi a vedere i loro college. Mi hanno pagato l’aereo e l’hotel per venire dalle loro parti. Sono andato a Philadelphia, a Santa Barbara, a Orlando e ovviamente in Ohio, dove sono rimasto. Un’esperienza bellissima. L’anno scorso è stato un anno con meno premi e soddisfazioni ma molto utile per crescere: e vediamo come va l’anno prossimo!

Quella con Matteo è stata l’intervista più lunga della mia vita. Nessuno mi ha obbligato a scrivere un tot di righe o a fare un tot di domande. Ma la passione con cui parla Matteo ti conquista e ti invoglia a fare domande su domande. Nessuna preparata, ma tutte motivate da un sincero interesse per una nuova realtà, quella americana, in continua espansione. Una realtà di cui Bennati si è letteralmente innamorato.

Good Luck, Matteo!

T.I.