Chi l’ha visto giocare, non ha dubbi: Alessandro Basso è uno dei migliori portieri che siano passati dal calcio dilettantistico ligure negli ultimi anni. Classe 1986, nato ad Alessandria e un curriculum di tutto rispetto: anche se, forse, al di sotto delle aspettative per il suo grandissimo valore. È lui il primo protagonista di “UNO IN PIÙ”, la nuova rubrica di Dilettantissimo dedicata ai portieri.

Nasce “UNO IN PIÙ“, la nuova rubrica di Dilettantissimo dedicata al ruolo forse più complicato e delicato del gioco del calcio: il portiere.

Il ruolo del portiere è infatti per sua natura diverso da ogni altro: rimane fuori da ogni schema e modulo, deve rispettare regole a parte, e in campo veste persino in modo diverso dagli altri. Attenzione, questo non fa dell’estremo difensore la pedina meno importante: un suo errore può essere fatale, una sua parata determinante nell’esito finale. Le doti tecniche non sono sufficienti: c’è molto di più dietro. Concentrazione, calma, controllo dell’ansia e delle emozioni, coraggio: queste sono solo alcune delle caratteristiche che un portiere dovrebbe possedere. 

Attraverso le nostre interviste cercheremo di rappresentare al meglio la “categoria”, e per farlo non potevamo che iniziare ascoltando forse uno dei portieri più forti che sia passato dal calcio dilettantistico nostrano: parliamo di Alessandro Basso. Cresciuto nelle giovanili dell’Inter, il numero uno alessandino ha fatto tanta Serie D ed Eccellenza: Asti, Aqui, Lomellina, Castellazzo, Rivarolese, ecc… ha giocato anche in Serie B Svizzera, con il Chiasso.

Spesso, dicono di lui: “È sprecato per queste categorie”. Le sue parate e la sua personalità in campo hanno davvero impressionato tutti: colleghi, addetti ai lavori, compagni di squadra e avversari. Dopo aver giocato metà stagione al Rapallo Rivarolese, Basso è tornato vicino a casa sua, al Bernazole, squadra militante nel girone B dell’Eccellenza piemontese. 

Ha lasciato il calcio ligure così, all’improvviso, lasciando tutti un po’ di stucco. Solitamente alle parole preferisce i fatti, ma se interpellato, non le manda a dire. Se si ha avuto almeno una volta l’occasione di fare qualche parola con lui, si capisce che proprio la sua sincerità e la sua genuinità non possono che essere considerati valori aggiunti alle sue spiccate qualità tecniche, già palesi a tutti…

 
Iniziamo. Una curiosità: navigando sul web non ho trovato tue interviste…

“Considerati fortunata: solitamente, sono contrario a qualsiasi tipo d’intervista. Ho sempre cercato di evitarle, quando mi venivano a cercare nei post partita, sono sempre scappato cercando mille scuse. Ho un grosso difetto, dico sempre la verità… e poi, lasciamole fare ai fenomeni veri le interviste!”.

E allora approfittiamone! Raccontaci un po’: da bambino volevi fare il portiere, o ti ci hanno portato gli eventi?

“Quando ero un bambino il mio sogno era, come credo quello di tutti i bambini, fare gol: facevo sempre l’attaccante, o comunque cercavo di stare in posizioni avanzate. Personalmente, io non lo volevo fare: Il destino ha scelto che io facessi il portiere. Giocavo nella squadra dell’oratorio, facevamo tornei anche in giro per la provincia. Durante una partita, il nostro portiere si era fatto male, così il mister ha mandato in porta me (forse perché ero il più scarso di quelli in campo 😂). Da quel giorno, il mister non mi ha mai più tolto dalla porta“. 

 

 

Chi è stato il tuo idolo, o chi è il modello di portiere a cui ti ispiri?

“Non so se definirlo proprio un idolo, ma quando ho iniziato a bazzicare in ambiente Inter, mi piaceva molto Francesco Toldo. L’unico poster che ho avuto in casa era il suo! Poi, quelli che passavano in nerazzurro, tipo Pagliuca, ecc… tutti grandi portieri: ce ne sono tanti bravissimi”.

E tra i dilettanti, da avversario, qualche portiere che ti ha impressionato?

“Ho girato tanti campionati, anche in categorie diverse: dovrei farti un elenco e stare al telefono sino a domani! Però, fra i più recenti, quello che più mi ha impressionato è Alberto Moraglio della Cairese: davvero molto bravo, ha una grande esplosività e e una forte personalità. Secondo me avrebbe potuto ambire anche a categorie più alte, forse è stato un po’ penalizzato dall’altezza…”

Dicevi, hai girato tante regioni, persino stati diversi. Che differenze hai riscontrato, al di là delle categorie superiori o inferiori?

“Le categorie si differenziano per la mentalità, non necessariamente per la bravura (anche se, ovviamente, un po’ incide). Nel calcio moderno secondo me la mentalità, insieme alla disponibilità fuori e dentro al campo, sono qualità fondamentali. Bisogna essere sempre sul pezzo. Ogni regione in cui sono stato ha le sue caratteristiche… la differenza la fanno le tipologie di strutture a disposizione. In Piemonte, ad esempio, sono campionati molto molto fisici: spesso lì i campi non sono al 100%, diciamo che il gioco palla a terra non è il più adatto. Mentre in Liguria è molto tecnico. In Veneto invece è più strategico. Più o meno le differenze, dall’Eccellenza in giù, sono queste: è chiaro che con la Serie D, che è già inter-regionale, la situazione sia diversa. Comunque in sintesi è il tipo di strutture a disposizione a fare la differenza.

Ti faccio un esempio: l’anno scorso, guarda come sono andate le due partite, di andata e ritorno di play off, Rivarolese – Tritium. A livello tattico e tecnico c’era un abisso: nel nostro campo decisamente meglio noi! Là, a casa loro, eravamo cotti…”

 

 

Hai un allenatore e/o preparatore che ti è rimasto nel cuore e/o ha inciso molto nella tua crescita personale e calcistica? 

“Noi portieri lavoriamo tanto con i preparatori. E ti faccio un nome, Duilio Montignani, che ho avuto a Rapallo. A mio avviso non ha nulla a che fare con queste categorie, potrebbe tranquillamente ambire a palcoscenici più importanti. Con lui lavori al 100%, la porta la senti tua, ti inculca proprio la giusta mentalità da portiere. Davvero, il migliore che abbia mai avuto. Poi mi sono trovato benissimo anche con altri: in Serie B svizzera ho avuto persino il preparatore della nazionale del San Marino, ma Duilio è quello con cui ho preferito lavorare.

Per quanto riguarda invece l’allenatore, tenendo in considerazione due livelli differenti, per quello umano  ti faccio il nome di Mario Benzi, che ho avuto come allenatore ad Aqui. Tutti i giocatori giocano per lui, forse perché è una persona limpida, sempre chiaro e preparato. E soprattutto, non prende in giro le persone. Per quanto riguarda invece il livello tecnico, ti dico Stefano Civeriati, che ho avuto ad Asti: un gioco spumeggiante, andavamo ai duecento all’ora, ci trasmetteva proprio la voglia di vincerle tutte, e non avevamo paura di nulla”.

Noi ci ricordiamo bene la tua parata con la Tritium… davvero incredibile. Ma se dovessi scegliere tu una tua parata, quale ci consiglieresti di andarci a vedere?

“Ti dico una partita: Asti-Aqui, finta 1-0. C’è un video in cui praticamente ci sono quaranta minuti di parate. Mi ricordo che leggevo qua e là: ‘Basso-Aqui 1-0’ 😂 Poi mi hanno anche fatto una gigantografia di una parata su una punizione calciata da Troiano: mi chiedevano come avessi fatto ad arrivarci. Non lo so, ci sono arrivato e basta!”.

 

 

Una società che ti è rimasta nel cuore?

“Come società di dico Castellazzo: sono stato lì 4 anni, e non fosse stato per qualche screzio sarei rimasto ancora. Lì ho fatto un anno fantastico, abbiamo vinto il campionato di Eccellenza regalando per la prima volta nella storia la Serie D a questa squadra.

E invece un gruppo?

“Un gruppo: oltre al Castellazzo, ti dico quello della Rivarolese. Ti dico la verità: quando sono arrivato era il 14 dicembre, mi sono guardato intorno e dopo dieci minuti sarei voluto scappare 😂 Dopo una settimana che ero lì, mi sono reso conto che era un gruppo molto affiatato, che aveva superato dei problemi e che ne era uscito più motivato che mai. Donato, Ymeri, Napello, Oliviero… Sono sincero: un anno così è irripetibile. Avevamo voglia di lottare, era un sogno… è stato un anno lungo, ma eravamo un gruppo davvero forte mentalmente, ci divertivamo. Siamo arrivati a un passo dall’obiettivo, peccato che lo abbiamo buttato via in quella partita… (Vado, ndr) in cui ha influito qualche errore ‘esterno’. È andata come è andata”.

Sai che Napello in diretta ci ha detto che sei il portiere che vorrebbe sempre avere al suo fianco (anzi, dietro le spalle)?

“Mi sa che a Napello quella botta in testa non ha fatto bene 😂 Scherzi a parte, personalmente il trio composto da me, Napello e Donato era perfetto. Ognuno copriva le mancanze dell’altro: sapevo chi ci avrebbe dato di testa, chi avrebbe recuperato, quando sarei dovuto intervenire. Eravamo come un triangolo perfetto. Secondo me Napello-Donato è la coppia centrale più forte che abbia mai avuto in una squadra: si vede che hanno giocato in categorie superiori, sono dei professionisti, oltre che con i piedi, con la testa”.

 

 

Ti manca il calcio ligure?

“Sono onesto, mi manca. Mi manca, perché ho trovato nel campionato ligure tanta correttezza in campo, a livello umano. C’è tanto affiatamento tra persone, non solo tra giocatori. E la cosa bella è che a un fallo, magari fatto un po’ troppo male, si porge sempre la mano. In altri campionati è un massacro. Poi vabbè mi manca anche il clima della Liguria”.

E allora come mai sei andato via?

“Quando in una stagione si hanno ambizioni prestigiose, e poi invece ti ritrovi in zone meno prestigiose, iniziano a cambiare mentalità e punti di vista delle persone. Avevo chiesto delle garanzie, che a volte ricevevo, altre volte no. E poi ci sono state persone che hanno spinto per nuovi arrivi… forse ero troppo fuori zona. O forse ero antipatico a qualcuno, non so. Comunque, non sono andato via per nessuno screzio o litigio: semplicemente, qualche chiacchera di troppo.

Ecco, c’è una persona di cui non mi posso proprio lamentare. Mario Abbatuccolo, nonostante quello che si dice spesso di lui, con me si è sempre comportato correttamente e dignitosamente. Tant’è vero che se un domani Mario facesse squillare il telefono, un incontro lo farei molto volentieri. Mi piace che le persone si comportino con me con correttezza e soprattutto con sincerità, nel bene e nel male“.

Qualcuno ti ha cercato quando te ne sei andato via?

Sinceramente, per un po’ ho pensato di smettere di giocare. Il calcio è troppo sporco. Qualche chiamata era arrivata, e anche di prestigio. Ma niente. Poi, mi ha chiamato un allenatore qui delle mie parti, a cui dovevo un favore e il piano è diventato quello di finire la stagione qua, e poi smettere.

Questo periodo così difficile però ha cambiato le cose: mi ha obbligato, come tutti, a stare a casa. E mi manca il calcio. Non so se riuscirò a smettere (menomale, ndr). Qualche chiamata è arrivata per sapere come sto, e tra una chiacchera e l’altra, diciamo che qualcuno me l’ha buttata lì…”

Quindi torneresti volentieri qui in Liguria?

“Prima bisogna sperare che tutto si risolva per il meglio, il prima possibile. E che tutto torni finalmente alla normalità.
Il calcio dopo questo virus cambierà, ci saranno maggiori difficoltà, soprattutto economiche… e secondo me proprio grazie a questo, verranno fuori i veri valori delle persone. Volere è potere. La Liguria mi manca, e tornei volentieri…”

 

 

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