Oggi la rubrica “L’Uomo del giorno” è dedicata a uno dei personaggi più noti del calcio dilettantistico ligure: Andrea Di Somma ha girato l’Italia da calciatore professionista e semiprofessionista: 4 stagioni in C, 9 in Serie D. La carriera di Di Somma è poi proseguita nei nostri campi, quelli dilettantistici, fino all’ultimo traguardo: la panchina del Little Club, da cui si è appena separato. E non è da escludere che in futuro possa tornare a fare magie con il suo mancino. Ma non vi spoileriamo troppo: buona lettura!

Oggi la decisione di stoppare i campionati. Come ti comporteresti con le classifiche?

Io credo che la cosa più giusta sia annullare tutto e ricominciare da capo. Altrimenti vai a privilegiare o danneggiare squadre che puntualmente faranno ricorso. Anche saltando il tribunale federale non mancherebbero i problemi.

Il tuo rapporto con il Little è terminato?

Sì, quando sono rientrato avevo già messo in chiaro che avrei finito la stagione. I giocatori mi hanno chiamato e non aveva senso impuntarmi. E poi, se il Little fosse retrocesso, anche da esonerato, non sarebbe stato un piacere per me. In ogni caso, dopo due partite hanno chiuso tutto. Almeno in quei 20 giorni ho rivisto un po’ la squadra che piaceva a me.

Come giudichi l’esperienza al Little?

Esperienza positiva, Little è stata la palestra migliore perché ho sempre avuto la fortuna (o sfortuna?) di dover fare da solo. Dalla campagna acquisti a dove andare a mangiare la domenica. Lì c’è bisogno di un allenatore-gestore: ti devi un po’ occupare di tutto. Chiaro che, in futuro, preferirei fare solo l’allenatore e non gestire calciatori, trattative, trasferte, ecc. È un dispendio di energie che non giova al lavoro che fai. Arrivi al campo che sei già stanco. E sei troppo coinvolto, anche come responsabilità: se prendi un giocatore e quello non rende, ti senti responsabile. La figura del direttore sportivo è troppo importante. Ti smezzi compiti, lavoro e meriti. Little è stato il posto giusto al momento giusto. Ma andando avanti avevamo visioni troppo diverse: io guardavo le squadre davanti in classifica, la dirigenza quelle dietro. Al Little sono comunisti e genoani (ride): sperano nella vittoria, ma si aspettano la sconfitta. E storicamente genoani e comunisti sono abituati a perdere e soffrire (e lo dico da genoano). C’è sempre questo pessimismo cronico con cui è difficile convivere.

Prima hai citato l’importanza del DS. Pensi a qualche direttore sportivo in particolare?

Guarda, è un discorso molto ampio. Ogni giocatore, quando diventa allenatore, cerca di prendere le cose migliori delle piazze in cui è stato, fare un mix e metterle in campo. La mia vita da calciatore è stata da semiprofessionista, tra Serie C e Serie D, e le persone più capaci ovviamente le ho viste in quegli anni, in un calcio molto più forte e più ricco di oggi. Adesso, in Promozione, vorrei avere figure come quelle di allora, ma è impraticabile. Quei direttori sportivi lo facevano di lavoro. Oggi le società non hanno un presidente, ma un amministratore: questo è il vero ruolo dei presidenti di oggi, far quadrare i conti! L’ultimo presidente che mi viene in mente è Arioni. Forse oggi c’è Saracco, nella Goliardica, e pochi altri. Ai miei tempi i presidenti erano tutti così, pronti a mettersi in gioco anche economicamente. E i direttori sportivi si preoccupavano solo di calcio. Oggi sono un prolungamento del presidente-amministratore per far quadrare i conti, tra affitti dei campi, giovani da valorizzare, ecc. Credo che tanti allenatori di queste categorie sappiano di cosa parlo.

Beh, tra i “nuovi direttori sportivi” c’è anche Francesco Nodari, con cui hai invece un ottimo rapporto.

Francesco è il classico che pur, non avendo fatto il giocatore, ha una buona conoscenza calcistica. È documentatissimo e vedo che si diverte anche molto e sbaglia poco. Poi, logico, è giovane e deve capire che ci sono distanze e livelli diversi nel calcio. Ma se questa passione la coltiva, tra 3/4 anni è tra i più bravi. Lavorare con lui? Da un punto di vista lavorativo sarebbe un disastro (ride). No scherzo, mi piacerebbe molto. Ma in un contesto diverso da quelli in cui siamo oggi: mi piacerebbe ripartire con lui in un terreno completamente vergine. In ogni caso, da parte mia non ho intenzione di fare chilometri: l’allenatore per me è n hobby e non pretendo che diventi il mio lavoro. Non mi interessa neanche: ho passione, ma non rinuncerei alla mia vita per andare ad allenare lontano da casa.

Forse nel levante ligure c’è ancora un po’ del mondo a cui ti riferisci.

Lo immagino. Il Sestri Levante ha sempre avuto presidenti facoltosi e staff dirigenziale di livello. La Lavagnese, secondo me, l’ha inventata Mariani. In Prima Categoria ha fatto una squadra di Eccellenza senza direttore sportivo, grazie anche agli sforzi del presidente, e in tre anni siamo andati in Serie D. Alberto (Mariani) gli ha dato una struttura e un sistema che altri sono stati bravi a mantenere nel tempo e oggi la Lavagnese è un modello da imitare. E infatti, da quando abbiamo vinto il campionato 20 anni fa, non sono mai retrocessi. Tutte le altre realtà hanno fatto un po’ avanti e indietro con l’Eccellenza.

Che tipo di allenatore è Andrea Di Somma

Oggi se tu prepari una squadra ad aggredire, solitamente conquisti palla entro il terzo passaggio. Questo perché siamo abituati a giocare contro squadre tecnicamente povere. Ma se invece giochi contro una squadra tecnicamente lì, sprechi energie e non conquisti palla. Ogni categoria va interpretata a seconda dei mezzi che hai. Se hai una squadra tecnica puoi permetterti di accelerare il ritmo quando serve: più i giocatori sono bravi più hai possibilità per interpretare le partite. Se hai pochi mezzi tecnici, invece, devi esasperare il ritmo e la pressione, rendendo impossibile giocare agli avversari. A me piace aggredire altissimo: vorrei non subire mai gol e farne uno solo. Le squadre che ho avuto hanno avuto grande temperamento, ma poche doti tecniche, e quindi ho spesso cercato di tenere alto il ritmo e non mollare un centimetro.

Momento “Novella 2000”. Che effetto ti ha fatto allenare “tuo genero”?

Quando sono arrivato al Little da giocatore, Filippo (Vignolo) giocava in Juniores. Mi ha impressionato da subito e proposi di portarlo in prima squadra. Cosa che feci l’anno dopo da allenatore: ha giocato 30 partite. Ma ancora non conosceva mia figlia. Poi l’anno dopo fui esonerato alla settima e lui qualche mese dopo si fidanzò con Alice… aspettava che mi esonerassero (ride). Infatti quando sono tornato un po’ gliela menavo. Ma sono contento, Filippo l’ho sempre visto bene perché lo apprezzavo già come ragazzo. E come giocatore è uno dei migliori centrali della Promozione, se andassi da qualche parte vorrei portarlo con me.

Vignolo è uno dei ragazzi che hai lanciato “da fuoriquota”: una regola che non ti piace affatto.

Ho giocato a calcio quando non c’erano limitazioni. Eppure i giovani c’erano, anche senza leggi per farli giocare. Il primo anno, a Savona, a 17 anni ho fatto 26 partite: se sei bravo, giochi. Levare il limite di età tutelerebbe i ragazzi che non sono ancora formati e che hanno bisogno di tempo per diventare bravi. Perché la maturazione di un giocatore non è standard: c’è chi è pronto a 16 e chi a 22. Creare discriminazione tra 16 e 22 è un errore, il calcio è già di per sé discriminante. Non esiste che giochi uno meno bravo, solo perché è più giovane. Queste regole sono state fatte da persone che non hanno giocato a calcio e da presidenti che hanno dovuto limitare i costi e aumentare i ricavi creando un mercato dei giovani. Pensa, il San Cipriano, ai miei tempi, pagò un giovane novemila euro per farlo giocare due anni.

Altre cose che non ti piacciono del calcio di oggi?

Il vincolo fino a 25 anni. Non lo trovo corretto. Ai miei tempi eri vincolato addirittura a vita, è assurdo. Ma come, pago la quota fino a 16 anni e poi sono pure tesserato fino a 25 anni? Poi ci si trova a litigare con presidenti e società per cambiare squadra. Così magari ti mandano in prestito (a pagamento), imponendoti pure i veti ad andare in certe squadre per questioni loro, extracampo. Ma che ragionamenti sono?

Il calcio di oggi ha abbassato il livello rispetto a quello di quando giocavi tu?

Sì. Abbiamo voluto forzatamente abbassare l’età media, volendo imitare gli altri campionati europei. Peccato che loro facessero giocare i giovani perché i vecchi glieli compravamo noi. All’Ajax giocano tanti giovani perché appena qualcuno viene fuori lo comprano le big europee. Come l’Atalanta adesso. E così con le regole imposte per far giocare obbligatoriamente i ragazzi e i giri di soldi (che non potrebbero esserci) per i cartellini dei ragazzi abbiamo impoverito il calcio. L’attuale Promozione non vale la Prima Categoria di 15 anni fa. Si dice che senza i settori giovanili non si possa fare l’Eccellenza. È vero, ma non basta il settore giovanile. Servono anche 70/80 mila euro. Invece ormai si fanno squadre di Promozione o Eccellenza con 10/12 ragazzini.

Ci sono presidenti con cui sei andato particolarmente d’accordo e altri con cui hai avuto meno feeling?

Da giocatore mi sono sempre trovato bene con tutti i presidenti. Gli spigoli che avevo in campo non li avevo con presidenti e dirigenti. Infatti non sono mai stato mandato via dalle società. I problemi magari c’erano in campo, con gli avversari ma anche con i compagni: ero un rompicoglioni, arrogante, competitivo, puntavo sempre al massimo. Ma con mister e presidenti sempre d’accordo. È una questione di educazione. Ho sempre creduto nelle gerarchie del calcio e mi ci sono sempre affidato. A Mariani do del tu, ma non mi sono mai permesso di mancargli di rispetto. La distanza sul campo non deve mai accorciarsi troppo, se no metti in discussione dei ruoli davanti allo spogliatoio.

Quanto ti senti ancora giocatore?

Questo è un conflitto enorme. Credo non finirà mai e dovrà essere domato con una decisione, non con una sensazione. Mi sento giocatore, vorrei iniziare domani una preparazione e mettermi a disposizione di un allenatore. Ma non vorrei essere contemporaneamente l’allenatore: ho visto che non è possibile ricoprire il doppio ruolo.

Ma allora, nel futuro, c’è una panchina o ci sono ancora le scarpette…

In questo momento io sono libero. Le poche chiacchiere che ho fatto in giro sono di questo tenore: o trovo qualcosa in cui credo, e cioè poter replicare quello che ho visto dai migliori allenatori che ho avuto, con strutture, mezzi, tempo e spazio… oppure gioco a calcio. Dove non lo so: possono essere gli amatori come la prima categoria. Ma non andrei a ributtarmi in avventure da allenatore dove ritroverei gli stessi problemi che ho incontrato. Purtroppo spesso dalla Promozione in giù si rischia di essere più capi comitiva che allenatori. A me piace stare sul campo con i ragazzi, ma se non posso allenarli tanto vale che giochi. Tanto brutta figura non la faccio… Anzi, l’ultima volta che, per il centenario della Sestrese, noi vecchie glorie (Prestia, Pileddu, Balboni, Barozzi, Podestà ecc.) abbiamo giocato contro la prima squadra il primo tempo è finita 2-2 (ride). Quando abbiamo la palla nei piedi possiamo dire ancora la nostra! Da giovane, ho sempre guardato anche all’aspetto economico – sarei ipocrita a dire il contrario – ma non è mai stata la priorità. Oggi, quest’aspetto non lo prenderei nemmeno in considerazione. Se arrivassi a settembre arrabbiato, senza avere l’opportunità di allenare, l’importante sarebbe divertirmi e giocare.

Mai banale Andrea Di Somma, abituato a parlare senza peli sulla lingua e, soprattutto, a mettersi in gioco. Se ci saranno le condizioni, da mister. Altrimenti, tornerà ad affilare i tacchetti…

Comunque vada, in bocca al lupo Andrea!

T.I.