Sfortuna o destino? Ancora non possiamo affermarlo con certezza, perché la carriera da tecnico di Luca Calcagno è appena iniziata. L’allenatore del Varazze, grande sorpresa del girone A di Promozione, nel corso di quest’intervista ha infatti chiamato spesso in causa la sfortuna: e che dire, ascoltando la sua storia ha avuto certamente buoni motivi per farlo.

Dicono che per affrontare la sfortuna a volte sia necessario cambiare prospettiva: ed è così che ha fatto Luca Calcagno, quando si è ritrovato davanti al proprio amaro destino: non poter più giocare a calcio. Sì, perché nonostante questo non ha saputo, e soprattutto non ha voluto, abbandonare il suo amato mondo del calcio, in cui continua a vivere con passione e determinazione, anche se, in un altro ruolo: quello dell’allenatore. Quest’anno il suo Varazze stava impressionando davvero tutti, addetti ai lavori, colleghi e avversari. E allora, non possiamo che ritornare alla domanda iniziale… sfortuna o destino?

Raccontaci la tua storia: la trasformazione da giocatore ad allenatore, come è avvenuta? E soprattutto, come mai così giovane?

“Ho iniziato dalle scuole calcio giovanili di Arenzano e Genoa, poi ho avuto un incidente in motorino all’età di 14 anni. Ho rischiato persino che mi dovessero amputare la caviglia. Così sono stato circa cinque o sei anni fermo: mentre tutti i miei coetanei andavano avanti, crescevano e miglioravano, io ero fermo. Per fortuna dopo tanti anni ero riuscito a riprendere, e l’avevo fatto in un ambiente di amici, quello del Libraccio: sono stati anni bellissimi, ricordo che ci allenavamo con niente: compravamo i palloni con la Gazzetta, prima e dopo le partite si usciva insieme e si andava a mangiare la pizza. Eravamo un gruppo di amici oltre che una squadra.

Con il Libraccio siamo partiti dalla Terza Categoria: dopo cinque anni senza calcio, era quello il mio giusto livello. Siamo riusciti persino ad arrivare in Prima. Poi mi sono trasferito al Varazze (in Prima Categoria), dove sono stato due anni e abbiamo conquistato la Promozione. Poi, sarei dovuto andare al Cogoleto, ma purtroppo ho dovuto smettere”.

Cosa è successo?

“Come se la sfortuna non si fosse già accanita a sufficienza… ho avuto un altro problema di salute. Mi hanno trovato una malformazione ossea, e non ho potuto continuare. Sono stato operato e sono in attesa di protesi per le anche (che non posso ancora avere perché sono troppo giovane). Non ho avuto scelta, non ho più potuto giocare. Ero già d’accordo con il Cogoleto e avrei dovuto iniziare la preparazione con loro… ma niente. Avevo un buon rapporto con quella squadra, così la cosa di allenare in un certo senso è nata proprio lì: iniziai ad aiutare Cappanera, ai tempi tecnico del Cogoleto, durante gli allenamenti. Dopo un anno lì, ricevo la chiamata di Mauro Tabacco, direttore generale del Varazze: ‘Senti, io ti conosco. Vieni qui e inizia ad allenare’. Ti giuro, mai e poi mai avrei pensato di fare l’allenatore. Mi ci ha portato la vita, e soprattutto la follia di Tabacco“.

Ho visto che sei legato al numero 7, c’è qualche motivo?

“Non sono una persona scaramantica o legata a questo genere di superstizioni. Però, il numero sette, è un numero che ritorna spesso nella mia vita, sia in positivo che in negativo. Anche da piccolo, quando giocavo, indossavo sempre la sette. La cosa che mi ha fatto definitivamente innamorare di questo numero, è che quando tornai a giocare dopo l’incidente mi diedero la sette, senza che io la chiedessi. Da quel giorno… il sette lo sento mio, ed è diventata l’unica mia, per così dire, scaramanzia”.

 

Sei un allenatore davvero giovane. Come riesci a importi in uno spogliatoio dove magari qualche ragazzo è tuo coetaneo se non persino più grande di te?

“Ecco, secondo me il verbo ‘imporsi’ usato in questo modo è già sbagliato, o almeno, non nel mio stile. Io caratterialmente non voglio e non riesco a impormi con nessuno: al massimo, cerco di proporre la mia idea di calcio. E secondo me, se riesci in qualche modo a portare la squadra dentro la tua idea di calcio, stai facendo 1000! Poi, ti dico un’altra cosa: il 90% dei ragazzi che oggi alleno, erano miei compagni di squadra. È una sensazione davvero strana, perché fino a qualche tempo fa ero seduto nello spogliatoio accanto a loro, ora sono quello in piedi che parla. 

Se a Varazze quest’anno è andato tutto così bene, io non ho meriti: il merito è stato loro, che hanno sin da subito riconosciuto e rispettato il mio cambio di ruolo. E credimi, è stato proprio strano, passar da fare gli scherzi nello spogliatoio ad allenare”.

Negli scorsi giorni abbiamo intervistato Alberto Corradi, in tanti ci dicono che hai preso molto dal suo modo di allenare e di pensare il calcio. È vero?

“Stiamo parlando di due livelli mostruosamente diversi… non sono minimamente paragonabile a lui. Con Corradi ho un livello estremo di confidenza: mi confronto spesso con lui, mi ci ritrovo in lui e mi ispiro molto alla sua filosofia. Naturalmente, dalle sue idee prendo ispirazione adattandole al contesto e alla categoria in cui sono. Per farti l’esempio specifico: recupero palla, ritmo e pressing alto, cercando di giocare in qualsiasi situazione a scapito del rischio di cadere in qualche errore, azioni che partono dal basso… sono caratteristiche che mi piacciono e che cerco di portare nel mio Varazze: è chiaro che magari da altre parti non potrei farlo”.

Invece, un allenatore tra i professionisti a cui ti ispiri?

“Amo follemente Giampiero Gasperini. Gli ho rubato un esercizio, e infatti i miei giocatori mi odiano 😂: sette contro sette a tutto campo. Per chiunque ami il calcio, credo che vedere il gioco di Gasperini sia il massimo”.

Qual’è l’identikit del tuo giocatore ideale, il profilo che proprio non può mancare nella tua squadra?

“Ti faccio ridere 😂 o comunque, credo che ti sorprenderò: i primi acquisti o le prima richieste che farei a una società prendendo in mano una squadra nuova, sono i terzini. Devono fare la differenza in fase di non possesso, e creare sistematicamente superiorità in fase di possesso: non devono essere solo corsa, ma anche tecnica e capacità d’inserimento e visione di gioco. Per il mio gioco sono fondamentali! Rampini e Crocilla sono i miei titolari e stanno facendo bene: anche il giovane Bisio ha dei grandi margini di miglioramento. Un terzino che mi ha davvero impressionato tra gli avversari e Travella del Taggia”.

Una curiosità riguardante i nostri All Star Games: nonostante la tua giovane età e la tua carriera da allenatore appena iniziata, sei l’allenatore in assoluto (di tutte le categorie) più votato dai colleghi. Cosa ne pensi?

“Non lo so… forse faccio tenerezza 😂. Fa davvero tanto piacere, soprattutto perché i colleghi della mia categoria sono grandi allenatori di esperienza, con una lunga carriera alle spalle. I meriti però, li prendo in parte: come ti ho detto prima, se il Varazze quest’anno stava facendo così bene, è merito della mia squadra e soprattutto dello staff che lavora con me: senza di loro non saremmo mai riusciti a raggiungere questi risultati. A partire da Daniele Scanu, senza cui sarei perso; il preparatore dei portieri Marco Orsatti; e il direttore sportivo, il mio grande amico Davide Alvino. Figure che magari lavorano più nell’ombra, ma sono stat assolutamente fondamentali per questo terzo posto che stavamo occupando in Promozione, prima dello stop”.

 

 

Un Varazze sopra ogni più rosea aspettativa: forse, un piccolo calo nella parte centrale della stagione…

“Il Varazze è partito per salvarsi, e siamo al terzo posto. Un piccolo calo credo sia normale, poi abbiamo dovuto avere a che fare con numerose problematiche: spesso ci siamo ritrovati contati, a volte per motivi lavorativi e a volte per infortuni, tra cui quello al crociato di Davide Tagliabue, a cui mando un saluto e spero si possa riprendere presto. Non che fosse una giustificazione: abbiamo sempre perso meritatamente, anche e soprattutto per bravura dell’avversario. Diciamo che abbiamo fatto quello che potevamo con quello che avevamo. Poi ti dico: nell’ultimo periodo, col rientro di alcuni, stavo ricominciando a vedere il Varazze della prima parte di stagione. Direi un bilancio che posso ritenere più che positivo”.

Sestrese e Taggia: secondo te alla fine chi l’avrebbe spuntata?

“Non me ne voglia il Taggia, ma secondo me la Sestrese. La squadra di Schiazza nell’ultima parte di stagione stava dimostrando di aver qualcosa in più, soprattutto dal punto di vista mentale: il Taggia stava iniziando a perdere qualche colpo. Poi, se si riprendesse a giocare dopo tutto quello che è successo in questo periodo, non so come potrebbe andare a finire: sono due squadre di valore”.

A proposito di questo: che idea ti sei fatto di quello che sta accadendo? Si potrà riprendere, o come potrebbe essere gestita la situazione secondo la tua opinione ?

“Secondo me la scelta più facile è quella di congelare tutto, senza promozioni e retrocessioni. Capisco squadre come il Borzoli, che stavano spaccando il campionato con un grande margine di vantaggio, ma non posso non mettermi nei panni del Taggia che, dopo un campionato al vertice, si è visto superare proprio nell’ultima giornata giocata. Non vorrei essere nei panni di chi deve decidere. Non si sono giocate otto giornate, e allora mi chiedo: è davvero giusto prendere decisioni con ancora 24 punti a disposizione potenzialmente ancora da giocarsi? Soprattutto nelle parti basse delle classifiche? Davvero, non è facile prendere una decisione che possa accontentare tutti: anzi, non esiste una soluzione che accontenti tutti”.

Senza contare poi il problema economico: sarà difficile. Chi aveva le possibilità, dovrà rivedere le sue priorità. Tante società non riusciranno nemmeno a iscriversi ai campionati. E per i giocatori, sarà un periodo di transizione, per rimborsi ecc. L’unica speranza, la più importante, è che si possa tornare al più presto alla normalità”.

Per chiudere: quale sarà il futuro, nel mondo del calcio, di Luca Calcagno?

“Domanda difficilissima. Vivo e ho sempre vissuto di calcio: se mi avessi fatto questa domanda dieci anni fa, ti avrei sicuramente risposto in maniera diversa, avrei pensato ancora di giocare. Ma la vita mi ha portato a questo nuovo ruolo, che mi appaga: mi piacerebbe continuare su questa strada, continuare ad avere un ruolo attivo nel calcio, al di là del livello o della categoria che posso raggiungere. Quel che è certo, è che non sarò mai lontano dal calcio, per me è vita: non so in che ruolo, ma sicuramente continuerò a vivere il calcio”.

 

LUCA CALCAGNO

 

 

 

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