In 52 anni di vita Matteo Mangini non si è quasi mai allontanato dal campo da calcio. Fin da quando, ancora bambino, giocava nel campo in terra battuta di Sori, “quello con gli spogliatoi in lamiera”. Dai primi calci a oggi, prendendosi solo una piccola pausa subito dopo il ritiro dal calcio giocato (ah, i doveri coniugali…). In porta si è misurato con alcuni dei più grandi portieri liguri degli ultimi 40 anni, Zappa, Pasquale, Vassallo. “Da grande”, seduto in panchina, è conosciuto in tutta la provincia come un vero e proprio specialista delle promozioni: dai play-off, da giovanissimi, con la Vis Genova, all’ultimo successo con il Borgoratti, passando per il doppio salto con il San Bernardino che l’ha reso famoso.

Oggi, Mangini ci racconta la sua avventura sui campi genovesi partendo proprio dai primi calci. E si lascia andare ad una rivelazione importante: leggete l’intervista per scoprire su quale panchina siederà la prossima stagione.

Mister, raccontaci la tua storia da calciatore.

I primi due anni di calcio li ho fatti all’Athletic Club, ero il più più piccolino, dopo due anni passai al Bogliasco e lì ho fatto 4 anni, fino agli Esordienti. Il Genoa mi chiamò per un provino, mi prese e feci 3 anni, o meglio, 2 e mezzo: mi ruppi il ginocchio durante il campionato Allievi. Fu un duro colpo perché persi tutti i tornei nazionali di fine stagione e, l’anno dopo, non ebbi spazio in Primavera: scelsi di andare alla Levante C Pegliese. All’epoca una squadra leggendaria, io feci il portiere della Squadra Beretti. Purtroppo, i tanti mesi di stop mi condizionarono e non furono anni positivi come rendimento. Ma la squadra arrivò seconda in Italia, in porta il titolare era Marcello Riolfi che fu grande artefice di quella cavalcata.

Dopo la Levante, andai a fare il secondo ad Acqui dietro a un mito del ruolo, Ugo Vassallo. Imparai tantissimo, all’epoca non c’erano regole dei fuoriquota: i giovani portieri venivano svezzati così, i primi anni “ti facevi le ossa” imparando dai portieri più esperti. L’anno successivo di nuovo alla Pegliese dietro a Ivan Zappa, altro ex portiere di Serie C. A metà anno andò via e giocai il girone di ritorno. Finimmo secondi in interregionale, da lì iniziò il mio percorso “da titolare”: feci tre anni all’Audace Campomorone, in Promozione, poi San Fruttuoso, dove se non sbaglio facemmo il miglior risultato della storia della Sanfru, e gli ultimi anni li feci tra Via dell’Acciaio (vincendo il campionato di Prima Categoria), Voltrese e Solferino. A 29 anni il ginocchio mi lasciò definitivamente e fui costretto a smettere di giocare.

Mangini alla levante c

Un’amichevole Levante C-Sampdoria. Mangini è il primo da sinistra

Da lì è iniziata una lunga carriera da allenatore e da preparatore dei portieri…

Sì, anche se in realtà per i primi due anni e mezzo non volevo saperne di calcio, lo avevo promesso a mia moglie. Poi, nel 2002, mi avvicinai al Campus, attraverso un cliente del mio lavoro attuale, come allenatore dei portieri. A mia moglie dissi che lo facevo giusto per tenermi un po’ in forma, e invece… a metà anno l’allenatore se ne andò, con la squadra praticamente retrocessa. Il presidente mi convinse a finire l’anno e prendere la squadra in mano l’anno successivo. In quegli anni ho preso il patentino da allenatore e sono rimasto 3 stagioni al Campus, prima di tornare ad allenare i portieri al San Martino con Francesia allenatore, inframezzato da una piccolissima parentesi come allenatore alla Vecchia Genova. Poi, insieme ad alcuni ragazzi, Galeano, Esposito, Maggi (sì, proprio lui, ndr) creammo la VIS Genova.

Al secondo anno abbiamo centrato i play off di Terza Categoria e siamo stati proposti al ripescaggio. Poi, un anno come mister dei portieri alla Figenpa, ma la voglia di allenare era troppo forte: tramite mister Novella mi accordai con il nuovo San Bernardino, dove a darmi una mano trovai un grande come Senarega. Dalla Terza Categoria, in tre anni, arrivammo in Prima. Allenare la squadra del mio quartiere e fare un doppio salto del genere fu un emozione incredibile. L’anno della promozione dalla Seconda Categoria vincemmo tutto il vincibile. Feci ancora due anni in Prima Categoria con loro, arrivando anche alla finale play-off per salire in Promozione. Quando, dopo cinque anni, decisi di cambiare aria, mi chiamò Riolfi del Prato, sempre in Prima Categoria. “Conosci mica un allenatore?” Non sapeva che fossi andato via da San Bernardino!  Ci accordammo subito e allenai per una stagione in una realtà bellissima: porto sempre nel cuore quell’ambiente di pazzi scatenati. Ci salvammo in tranquillità, grazie anche al costante supporto dei nostri tifosi.

Poi ci fu forse l’unica esperienza negativa, a Pieve.

Sì, a Pieve forse sbagliai a ragionare poco con la mia testa. Non riuscii a creare l’intesa che serve con tanti giocatori. Io sono abituato a legare molto con i giocatori, dando loro fiducia e cercando di far giocare tutti, al di là delle questioni tecniche. Tutti i giocatori in rosa devono avere sempre il dubbio se essere titolari o meno. A Pieve c’era un gruppo nuovo creato da zero, in cui tanti ragazzi erano convinti di giocare sempre. Io non riuscii a farmi capire in un gruppo ancora da costruire.

Poi comunque ci si mise un po’ la sfortuna e una rosa un po’ scoperta in alcuni reparti… e a dicembre, quando cambiò guida tecnica, presero due giocatori fuori categoria, Pugliese e Ruocco. Chissà, ad averli avuti prima… Comunque sono rimasto in ottimi rapporti con tutta la società, tanto che rimasi fino a fine anno allenando i Giovanissimi.

La stagione passata a Borgoratti, con la vittoria del campionato, è stata una bella rivincita.

Non mi piace parlare di rivincita. Non è la parola giusta: ci sono degli anni che possono andare bene e altri che vanno male. Anni in cui indovini tutti e altri in cui non azzecchi nulla. Il gruppo del Borgoratti era molto forte, ne veniva da una brutta retrocessione con il San Martino ma il mio merito è stato giusto quello di creare l’amalgama giusta tra il gruppo esistente e i nuovi innesti, Adinolfi, Savona, Cellerino, Selogni, Mazzier… Senza mai far pesare al gruppo quella bruciante retrocessione della stagione passata. Pur con qualche difficoltà, abbiamo vinto il campionato, secondo miglior attacco e miglior difesa. Tra l’altro in questi giorni è l’anniversario della vittoria, ho visto qualche foto postata sui social dai ragazzi. 

Mangini vince la seconda con il Borgoratti

Mangini “coccola” la coppa

Il tuo esonero a fine anno, dopo aver vinto la Seconda Categoria, fu clamoroso.

Dopo 17 stagioni consecutive, sono rimasto senza squadra dopo aver vinto un campionato! È incredibile (ride, ndr). A parte gli scherzi, fu una grande delusione. Dopo aver vinto il campionato di Seconda, pensavo di meritarmi il primo anno di Prima con i miei ragazzi. Avamo instaurato un rapporto magico, che peccato… In 40 anni di calcio non avevo mai visto una cosa del genere. Ci tengo a precisare che, comunque, con molti membri della dirigenza (non tutti…) conservo un rapporto di stima e di amicizia.

Quali sono i concetti cardine del tuo modo di allenare?

Rispetto reciproco, lavoro sul campo ma soprattutto sorriso: in primis c’è sempre l’aspetto umano. Quando un ragazzo, dopo 8 ore di lavoro, arriva al campo senza prendere una lira, vuole sì far le cose seriamente, ma soprattutto divertirsi. Quando in Seconda Categoria sento parlare di tattica mi viene la pelle d’oca. La cosa importante è capire i giocatori e farli stare bene insieme: un gruppo forte aiuta a risolvere i problemi che nascono, naturalmente, durante la stagione. Sono i giocatori, alla fine, che vincono le partite. Non sono io.

Meglio giocare o allenare?

Sono due cose completamente diverse. Finché resti con la mentalità da giocatore non sarai mai un buon allenatore. Giocando ci si sfoga e, soprattutto se sei portiere, pensi solo a te stesso. Fare l’allenatore, però, mi ha dato più soddisfazioni. Allenare è stimolante e ti migliora: non sei uno psicologo, ma devi diventarlo. Non sei un oratore, ma devi diventarlo. Magari sbagliando anche i congiuntivi come faccio io… Il mister inizia un processo di creazione di un rapporto che matura a fine anno. È lì che si vedono i risultati, che non sono solo vittorie o sconfitte: penso all’anno bellissimo al Prato, dove non ho vinto nulla ma la squadra che è cresciuta tantissimo.

L’anno più bello in assoluto? Pensa, è stato in Seconda con il San Bernardino. Non quello della promozione, ma quello dei play-out! Il gruppo che si era creato era unico, e fu quello il motivo per cui alla fine ci salvammo. Da giocatore, ho avuto la fortuna di giocare con difensori di livello altissimo come Carrea, Barbieri, Buffo, Oneto… ho fatto fin troppo per quelle che erano le mie caratteristiche fisiche e tecniche. Ti dirò, mi piace di più “Mangini allenatore”: le soddisfazioni che ho avuto da mister sono indimenticabili.

Mangini

Cosa c’è nel futuro di Matteo Mangini?

Cosa dici, Tommy, possiamo dirlo? – ride il mister, pronto a rivelare la sua prossima destinazione – se il presidente mi vuole ancora, vado ad allenare il Priaruggia G.Mora. Quando tu mi hai cercato mesi fa per propormi di allenare questa nuova società che fonderai mi hai convinto a ricominciare da zero. Della categoria non mi interessa, anzi, se qualcuno mi dovesse contattare adesso, mi considererei impegnato. Il mio futuro da allenatore è deciso.

Matteo Mangini è un allenatore che non si nasconde dietro a libri, manuali, lavagnette o video di match analysis: è uno all’antica, che davanti ai propri giocatori sa presentarsi per quello che è. Un ottimo allenatore (perché i risultati sono dalla sua), ma prima di tutto un Uomo. Buona fortuna in questa nuova avventura, Mister!


T.I.